Il cielo visto dal basso

Berlicchì?

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Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' sù un pò giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Berlicche

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There are two equal and opposite errors into which our race can fall about the devils. One is to disbelieve in their existence. The other is to believe, and to feel an excessive and unhealthy interest in them. They themselves are equally pleased by both errors and hail a materialist or a magician with the same delight.

from "The Screwtape Letters"

Ci sono due errori uguali ed opposti nei quali la nostra razza può cadere a riguardo dei diavoli. Uno è non credere alla loro esistenza. L'altro è crederci, e nutrire un eccessivo e insano interesse in essi. Loro stessi sono ugualmente compiaciuti da ambedue gli errori e salutano un materialista o un mago con lo stesso piacere.

da "Le lettere di Berlicche"

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da Marzo 2005:


martedì, 15 luglio 2008
Rollerball

C'è un film che passa raramente in televisione, Rollerball. Non l'inguardabile rifacimento del 2002, ma l'originale pellicola con James Caan del 1975. Un capolavoro. Minore, ma un capolavoro.

Siamo in un futuro prossimo. Non più guerra, la vita è dominata dalla Corporazione che si occupa di tutto. Gli uomini vivono una vita vuota, senza scopo. La valvola di sfogo è data dal violento sport del Rollerball, una misto tra football americano e hockey su pattini e moto. Jonathan E. è il migliore. Vogliono che si ritiri, ma lui non capisce perchè. Rifiuta. E ricerca, e comincia a capire.
La Corporazione inasprisce le regole del gioco, anzi, toglie le regole facendolo diventare violenza pura. Durante una partita a Tokyo il migliore amico di Jonathan, Moonpie, viene colpito duramente alla testa. La scena successiva si svolge in un ospedale. Moonpie è in un letto, intubato. Jonathan lo visita, accompagnato da un medico.  

Dottore: Per prima cosa, vorrei dire che avete giocato una splendida partita nella nostra città
Jonathan: Grazie.
D: Un semplice problema, anche se so che sarà difficile per Lei. Il suo compagno di squadra non ha famiglia e abbiamo bisogno di un permesso per sistemare le cose.
J: Così, è tecnicamente morto?
D: Sì, sfortunatamente. Il suo cuore e i suoi polmoni funzionano, ma il suo cervello è...è spirato. Era senza speranza fin da subito. Credo che le abbiano spiegato.
J: (toccandolo) E' caldo.
D: Sì. Ma prego, deve firmare un modulo di permesso. E' richiesto. (porge un modulo e una penna)
J: Lui...lui sogna?
D: No, non c'è attività cerebrale, nessuna coscienza. Solo coma profondo, è un vegetale. Nessun sogno. Niente.
J: Ma anche una pianta sente qualcosa.
D: Chi può dirlo? Prego. (porge il modulo)
J: (guardando il suo amico) Sente la vita. Voglio dire, si gira verso il sole. E' vivo, non è vero?
D: Deve firmare.
J: Voi...voi dovete solo lasciarlo così. Solo lasciarlo così.
D: Deve firmare. Non c'è altro modo. (porge il modulo)
J: Le cose verranno messe a posto.
D: Prego! (porge il modulo) Ci sono le regole dell'ospedale...
J: No, non ci sono. Non c'è nessuna regola. Fatemi sapere se avete dei problemi. (Si gira e se ne va)

Questa scena mi aveva profondamente impressionato fin da ragazzo.
La Corporazione ha creato il Rollerball per esprimere l'inutilità dello sforzo individuale. Per far dimenticare la gente che sono persone.
Chi si fa domande deve essere eliminato. Chi è inutile alla Corporazione deve essere eliminato.
Ma per definire cosa è utile occorre definire cos'è che dà valore. Quale valore ha la vita? Cos'è che dà valore ad un uomo? E quand'è che questo valore viene perso?

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gusto e disgusto

lunedì, 07 luglio 2008
Dove accade l'imprevisto

La storia di Cilla la conosco. Il Piemonte dove ha vissuto è la mia regione; nomi da lungo tempo familiari ne sono i protagonisti. Eppure non può fare a meno di stupirmi, perchè dimostra come il limite tra una vita "normale" ed una eccezionale sia sottilissimo. Come lo straordinario sia una categoria che non dipende da noi fino in fondo, ma sia il frutto di un imprevisto, di "altro" che accade nella nostra quotidianità.

La vita di Cilla è la vita di una ragazzina qualunque, e mi scoprivo leggendo i suoi scritti di adolescente a ricordare come i miei pensieri, le mie ribellioni, i miei dubbi esistenziali non fossero poi troppo dissimili. Eppure in questa apparente banalità ha fatto irruzione una novità; la realtà è risuonata come una campana, come un cerchio d'onda si è irradiata dal suo epicentro muovendo e smuovendo esistenze, con una ampiezza impensabile.

L'imprevisto ci passa sempre accanto. Quello che può darci un senso all'esistenza, che può rovesciarla e portarla in alto, impensabilmente in alto, ci sfiora in continuazione. Può essere una frase, uno sguardo, un pensiero al quale dare importanza invece che gettarlo alle nostre spalle. Com'è capitato nella casa di Cilla.
L'unica cosa che occorre è riconoscerlo: anzi, no, prima ancora: lasciarlo accadere.

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gusto e disgusto

venerdì, 06 giugno 2008
Età dell'oro

Da che tempo è tempo si favoleggia di passate età dell'oro dove tutto andava bene, i governanti erano saggi e giusti, i figli avevano rispetto dei genitori, i matrimoni erano felici e duraturi.
Ma quando è stata questa età dell'oro? Perchè se prendo un qualsiasi anno del nostro passato, prossimo o remoto, troverò guerre e carestie, tiranni e usurpatori, figli contestatori, amanti, conviventi, concubine. Già ne avevo scritto in passato.

Poi può accadere che uno storico lo faccia presente e qualche anima bella si stupisca e scriva un articolo sul Corriere della Sera. Evidentemente il suddetto giornalista o è cresciuto a spot del Mulino Bianco o ci naviga per dimostrare una tesi, cioè che se non fosse per la Chiesa che ci "impone" la famiglia potremmo essere felici.

Il punto è: ma veramente è il meglio per l’uomo convivere, puttaneggiare o cicisbeare (mi si passino i termini) in giro? Veramente seminare figli per il mondo è una conquista per la società, un bene per quei bambini e le loro madri? Quale protezione alla donna davano le coppie di fatto del passato? Veramente si vuole tornare ad un tempo in cui l’uomo era padrone e despota sulle amanti, sui figli?

C'è qualcuno che rigetta il matrimonio come possibilità di bene per l'essere umano. Ad esempio quel tipo di persone per cui il bello dello sposarsi è la festa di addio al celibato o nubilato, con spogliarellisti conseguenti. Ma chi nega che una relazione stabile, duratura, suggellata possa essere un bene difficilmente riuscirà a metter su una famiglia felice. Non si può avere ciò che si nega, si combatte, si rifugge.

La Chiesa non ha mai ignorato la natura umana. Sa anche troppo bene come si possa cadere, è per questo che suo compito è insegnare che c'è qualcuno che ci può rialzare. Sono i moralisti – tra cui quelli all’incontrario come il giornalista di cui sopra - che possono favoleggiarci sopra. La Chiesa ha sempre indicato il peccato come qualcosa di meno per l’uomo stesso, non come comportamento che si deve evitare perchè c’è una regola da rispettare.

C'è qualcuno che vuole avere amanti? Vuole che sua moglie li abbia? Faccia pure. Se quella è la libertà che vuole. Se quella è la felicità che vuole.

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meditabondazioni, gusto e disgusto

venerdì, 23 maggio 2008
La Chiesa che vorrebbe

Devo ringraziare Nihilalieno per la segnalazione del fantastico (nel senso deteriore del termine) articolo apparso qualche tempo fa sull'Unità a firma Carlo Bernardini. Era un pezzo che non mi divertivo così. E' un brano da incorniciare, una sintesi del peggior anticlericalismo illuministico-comunista che meriterebbe di figurare nelle antologie. Sembra scritto da Robespierre dopo un convegno amoroso con Stalin e Pannella. Può comunque essere utile esaminarlo nei particolari.

Lasciamo da parte i vezzi abituali del considerare la dottrina cattolica come una emanazione di uno stato straniero, il Vaticano, dimenticando che la maggioranza degli italiani in quella dottrina si riconoscono: il concetto di democrazia così all'inizio, di brutto, è troppo difficile.
La lamentela preventiva dell'articolista è di non riuscire a ritrovare "niente di più preciso del cavouriano motto «Libera chiesa in libero stato», in verità un po’ troppo vago e inefficace". Suvvia! Se la cultura non arriva al voltairiano "distruggete l'Infame" nei manuali ateistici stampati dalla gloriosa Unione Sovietica c'è certamente di meglio.
Ma evidentemente chi l'ha scritto ha poca memoria storica. Perchè tutte le proposte che fa per migliorare, a suo modo di vedere, la Chiesa, sono già state implementate da altri.

I rivoluzionari francesi già si ponevano il problema del celibato dei preti (1), che risolsero violentando le suore e imponendo ai preti di sposarsi entro un mese. Chi non ci stava, naturalmente passava alla ghigliottina. Come osava ribellarsi alla libertà?

I rivoluzionari imposero anche ai preti di celebrare le lodi dello stato invece che quelle di Dio (2). Come del resto si tenta di fare ancora oggi in alcune parti di mondo libero, che so, in Cina. Certo che è lusinghiero notare come l'estensore del pezzo non consideri sufficienti che sui comportamenti sociali parlino coloro deputati a tanto, politici piuttosto che docenti. Forse teme che non inveiscano abbastanza contro il conflitto di interessi. In effetti però il ragionamento fila: se Dio non esiste, perchè i preti dovrebbero parlare di Lui?

Sulla legalizzazione delle coppie di fatto (3) anche questo è già avvenuto. In Russia, per esempio, subito dopo la rivoluzione; tanti furono i danni sociali che la legge fu notevolmente ristretta dopo un paio d'anni. Non omosessuali, quello è vero: loro furono perseguitati dal regime sponsor dell'Unità fino alla caduta dell'Urss.

Il medesimo regime mise anche i religiosi a lavorare ad iniziative sociali (4). Di solito in Siberia. Tra parentesi, il finanziamento statale deriva non da un "pagamento" per prestazioni rese, ma dal fatto che lo stato ha rubato ha incamerato i beni ecclesiastici in più occasioni, togliendo di fatto al clero il mezzo di sostentamento. Con la ragione di rendere la Chiesa più pura ed evangelica, certo. E rivendendo il maltolto con bel guadagno.

Sull'ultimo punto contestato mi piacerebbe sapere dove avviene che la Chiesa "condanni gente comune non rispettosa dei dogmi, lasciando stare i potenti". Mah, mi si facciano nomi di tal gente comune. E mi si spieghi come mai tanti potenti, nel passato come oggi, come prima cosa arrivando al potere cercano di farla fuori.
Confondere l'immoralità con i dogmi in ogni caso significa non avere capito nè cos'è un dogma nè cos'è una morale. Rimane da comprendere come conciliare quest'ultima richiesta con la lamentazione di ingerenza. Ma certo, gli immorali sono sempre gli altri.

Quello che più meraviglia è però come Bernardini pretenda di dire alla Chiesa come debba funzionare senza farne parte ed anzi avendone un'idea abbastanza approssimativa dei compiti. Lui sì che sa cosa voleva fare Gesù, istituendola! Ha ragione Nihilalieno, siamo tutti allenatori della Nazionale.
Circa la proposta di "liberarne" per referendum o legge i membri, così come fecero i massoni all'indomani dell'Unità di Italia, mi viene sommessamente da ricordare che nella Chiesa uno ci sta per libertà, non in virtù di una imposizione. E imporre la libertà è dogmaticamente mostruoso.

In definitiva, l'articolista vuole una Chiesa che smetta di pensare a Dio ma diventi strumento del potere, una agenzia assistenzialistica comandata dall'alto, senza fondi, ma pronta a colpire l'immorale - e cosa sia immorale lo decide il potere stesso, ovviamente. Una chiesa senza Dio che faccia da oppio per il popolo bue.

A questo punto, e mi sono dilungato anche troppo, però viene a me una domanda.
Visto che l'Unità fino ad ora sopravviveva grazie ai contributi statali, è giusto che una massa non marginale di personale anticlericale di nazionalità italiana goda di finanziamenti che gravano sul pubblico bilancio per svolgere attività per così dire «professionali» in ambito antireligioso, trattandosi per di più di infima minoranza? O dobbiamo considerarla una forma di assistenza ai disabili?

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gusto e disgusto

lunedì, 05 maggio 2008
La tristezza del pirata

Se siete curiosi di sapere cosa fosse la visione del mondo che andava per la maggiore un duemila anni fa, quale il tipo di vita allora proposta, allora uno dei metodi migliori è vedersi il terzo capitolo della saga dei "Pirati dei Caraibi".

"Ai confini del mondo" è un esempio perfetto di film pagano. Non anticristiano, non blasfemo, ma perfettamente ed esplicitamente pagano. Il cristianesimo vi è assente in modo completo. I protagonisti si muovono, agiscono, pensano come avrebbero potuto fare greci o romani di venti secoli fa.

Non è distrazione, è operazione consapevole: la terra dei morti che vi è descritta sembra un misto tra quelle di Egitto, Grecia e Giappone; e vi compare persino una Dèa del mare, assolutamente amorale, umorale ed inutile.
Gli uomini si muovono spinti da un Fato senza misericordia nè perdòno; L'amore è passionale, ma di una passione gelida e in fondo cinica. Il tradimento è la norma, affiancato al moralismo verso una Legge assurda da seguire alla lettera. I pirati hanno la faccia di biacca triste di chi è già morto da tempo ed è tenuto insieme solo dal vizio e dall'egoismo.
Il destino finale dell'uomo è un viaggio senza scopo in cui si muove attonito, un'Ade senza pena nè soddisfazione, un grigiore fetido ed eterno nella nebbia o sotto stelle ghiacce e indifferenti. Gli uomini sono burattini di un gioco inutile, comparse che muoiono a frotte, provocando un fremito di orrore che si tramuta in sbadiglio. Quel puntolino che esplode con la nave roteando le braccia, viene spazzato da una cannonata o penzola dal capestro (potrei essere io, potresti essere tu) non è mai una persona. E' un'ombra, una formica, che non avendo scopo non ha valore.
Non c'è misericordia.
E' assente il Dio della misericordia, quello che abbraccia tutto e tutti, e chiede: qual'è il senso di quello che stai facendo, Uomo? Quale tesoro stai inseguendo?
Ma questo i pirati e loro accoliti ed avversari non se lo domandano mai, persi dietro i loro sogni sanguinosi e vani.

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mercoledì, 09 aprile 2008
Le pretese di Ciliegia

Ci sono certi libri che dal momento in cui ne ho sentito parlare mi hanno incuriosito, ma non ho mai acquistato. Tra le ragioni principali c'è il fatto che sono un nostalgico e mi piacciono gli ampi orizzonti. E quindi provo nostalgia per i soldi che escono dalle mie tasche e, poarelli, vanno a qualcun altro; se comprassi poi altri libri le pile di volumi finirebbero per occludere del tutto le finestre.

Se però mi si dà una buona ragione sono disposto a lasciarmi convincere. Così quando il mio viceparroco ha messo in vendita per le missioni parte della sua invidiabile biblioteca io ho messo da parte la mia ritrosia e mi sono accaparrato, insieme a ponderosi tomi sulla letteratura cristiana antica (testo originale a fronte), saggi di de Lubac e vite di santi, il libro di cui voglio accennarvi.

"Contro Mastro Ciliegia", di Giacomo Biffi, esamina "Le avventure di Pinocchio" di Collodi con la profondità di un teologo, la leggerezza di un bimbo e l'arguzia di un cardinale. Proprio nel capitolo iniziale dedicato al personaggio che dà il titolo al libro, cioè colui che per primo trovò quel pezzo di legno parlante che sarebbe diventato il burattino più celebre al mondo, si trova il brano che voglio sottoporre alla vostra attenzione.
Qui si rimprovera a Mastro Ciliegia la cecità di chi ritiene vero solo ciò che vede e tocca, che considera come mai avvenuto ciò che è diverso da ciò che è sempre avvenuto e che pensa che un pezzo di legno sia solo un pezzo di legno.

Ma "La prevalenza della filosofia di Mastro Ciliegia è la fonte delle più numerose e gravi aberrazioni che affliggono il mondo contemporaneo, intrigato com'è dallo scientismo e dal fisicismo. Tanto per capirci, facciamo qualche esempio: una medicina che curasse il fegato come fosse un paziente perfettamente autonoma rispetto al resto dell'organismo; una società che pretendesse di saper educare un bambino allontanandolo dalla famiglia; una dottrina sociologica convinta che un uomo possa essere ancora un uomo dopo che lo si è reciso dalla comunità e privato delle sue tradizioni; un pensatore cristiano che esaltasse una verità considerata per se stessa e avulsa dal concerto di tutte le verità raccolte nel'unità vivente dell'ortodossia: sono trovate tutte degne di Mastro Ciliegia e dei suoi princìpi." (pg.24-25)

Già. Spesso siamo convinti di sapere tutto di un pezzo di legno, o di un uomo, solo perchè abbiamo letto di lui sui giornali, magari quelli avversi. Considerando che spesso coloro con i quali viviamo assieme (familiari, amici) ci stupiscono e hanno dei tratti a noi ignoti c'è da meravigliarsi delle nostre certezze su perfetti sconosciuti.
Oppure poniamo tutta la nostra battaglia in un singolo concetto, per quanto degno. Facendo così non siamo poi tanto diversi da mastro Ciliegia: caviamo il particolare fuori dal tutto e pretendiamo che funzioni ancora.
Ma il mondo è più grande di così, per uomini e burattini.

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venerdì, 28 dicembre 2007
Assalto al Paradiso

Il libri di Louis de Wohl hanno un grosso merito: prendono figure storiche affascinanti ma che spesso nel nostro immaginario sono ricoperte di strati di polvere, ignoranza e luoghi comuni e le fanno risplendere come appena intessute nell'arazzo del tempo.
Così ha fatto con S.Tommaso d'Aquino, Don Juan d'Austria, S.Elena e, nell'appena pubblicato "La mia natura è il fuoco", con Santa Caterina da Siena.

E' un volume che si legge d'un fiato, mai noioso, che ci riporta in quel periodo storico turbolento e drammatico che fu la seconda metà del '300. Degli anni sotto molti aspetti più oscuri dei nostri, quando bande di mercenari ed eserciti regolari impazzavano per l'Europa saccheggiando e distruggendo, quando la lotta politica assumeva spesso i contorni del linciaggio e le epidemie falcidiavano i popoli. Ed anche il momento in cui la fede cristiana si poneva come uno scudo contro la barbarie più nera;  e ogni persona, anche la più corrotta e crudele, aveva ben presente l'esistenza di una realtà superiore con cui fare i conti. Dove l'uomo moderno cerca di farcela solo con le sue forze, o con generici richiami a valori che non salvano alcunchè, ogni popolano o nobile o chierico aveva chiaro che in gioco, in quello che faceva, c'era la sua stessa anima.

Che poi ci voglia, allora come ora, una persona eccezionale come Caterina per risvegliare dal torpore e dalla superbia non cambia la cosa. Vivesse ai giorni nostri, probabilmente questa santa eccezionale avrebbe difficoltà ben maggiori: semplicemente perchè i nostri cuori sono molto meno predisposti di un tempo a fare i conti con quello che sono, tanto sono intessuti di orgoglio. Nonostante la Chiesa sia molto meno corrotta di quella di un tempo, nonostante la nostra maggiore comprensione del mondo, o presunta tale; nonostante la nostra appartenenza a un'età che si dice illuminata ma che probabilmente lo è solo di fioche lampade e che di superiore ha solo la presunzione.

L'osservazione più immediata che si ha leggendo il libro è che Caterina non ha fatto altro che vivere integralmente il fatto cristiano. Integralmente: senza accampare scuse, senza porre in mezzo limitazioni. Senza porre in mezzo se stessa. E quello che viene da pensare è che anche noi potremmo essere così, eccezionali, santi, se solo volessimo, se solo ci affidassimo, se solo ci fidassimo. Sono pagine che hanno il potere di farci fare i conti con noi stessi: a farci constatare dolorosamente che non siamo pronti, che non siamo in grado di dare tutto perchè ci teniamo sempre stretti qualcosa che non abbiamo intenzione di cedere. Con ogni scusa possibile, con ogni giustificazione possibile; ma è quel qualcosa che fa grande la distanza tra noi e il cielo.
Quando riusciremo a dare tutto, potremo anche noi dare l'assalto al Paradiso.

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martedì, 11 dicembre 2007
Presentimento di eternità

Forse qualcuno di voi avrà sentito parlare di Satoshi Kon. Siamo in presenza di un altro genio dell'animazione giapponese, molto diverso nella scelta dei temi da quel Miyazaki che rimane il mio regista preferito.
La vera forza di quest'autore dal tratto ricco e dalla fervida immaginazione è la maniera con cui riesce a farci immedesimare nell'umanità dei suoi personaggi, al punto che veramente si riesce a com-patirli, a patire con essi per le loro vicende e i loro problemi. 
Il suo primo film, Perfect Blue, è un thriller ad alta tensione, e a suo tempo mi aveva impressionato molto favorevolmente. Tokyo Godfathers, distribuito anche nelle sale, è un gioiello di animazione con una trama ad incastro che lascia senza fiato. Paprika, uscito da poco, è una esperienza visiva straordinaria. Sabato sera invece ho visto "Millennium Actress", il suo secondo film, ed è di questo che vi voglio parlare.

E' la storia di un attrice, ritiratasi da molti anni, che viene intervistata per un documentario. Lei racconterà la sua vita, svelando come ruoti tutta attorno alla ricerca di un uomo visto per poche ore quando era giovane, il suo grande amore, che le consegna la chiave "per il tesoro più prezioso che esista".
Mi ha commosso fino alle lacrime. Asciugandomi gli occhi, mi sono domandato perchè mi facesse questo effetto.
Forse perchè si parla di amore vero, un amore totale e totalizzante, che guida tutta una esistenza, fedele in ogni circostanza; un amore come vorremmo avere tutti, di cui forse ci sappiamo non capaci.
Seguendo la storia della bella Chiyoko mi sono chiesto: ma è umano tutto ciò? Fare ruotare tutta la vita dietro ad un incontro, ad un presentimento di totalità, ad un sogno di felicità? C'è chi lo chiamerebbe sprecarla.
Ma è la fede in quel sogno che l'ha sorretta, l'ha fatta essere quello che è.
E il seguire questa strada è già di per sè premio: come dice anche la protagonista nell'ultima scena "Dopotutto ciò che realmente amavo era inseguirlo".
Sì, mi sono detto: l'uomo è questo. Anelito all'eternità, libero di dire di sì o di no. Quando vede un barlume di questa totalità se non lo segue mente a se stesso, tradisce; e tutto poi ha sapore di bugie e plastica.

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venerdì, 30 novembre 2007
Uomini o topi?

Ah, che magnifico film che è Ratatouille.
Intanto, è un altro salto in avanti nella computer graphic. Ormai non c'è più necessità di ambienti rarefatti come deserti o ghiacciai, o personaggi semplici da animare come giocattoli o formiche: qui si visualizzano città intere, ricche di dettagli sino all'impossibile, e se gli esseri umani sono caricaturali si capisce che è perchè si vuole che siano così. La cura, l'amore al particolare si capisce dalla pietra scheggiata del marciapiede bagnata di pioggia, dai passanti che guardano le vetrine.

Ma una grande tecnica va sprecata se usata male. E qui non ci si è limitati ad affascinanti inquadrature: ma si è impiegato per movimentare le scene, per sorprendere, per seguire i personaggi nelle loro vicende ogni trucco di regia e di fotografia, ogni tipo di movimento di macchina usato dai grandi maestri - ed un buon numero di mai utilizzati.

Una pellicola però non vive di sola regia. E Ratatouille ha dalla sua una trama sorprendente, originale, divertente: e intelligente, che insegna senza essere moralistica.
Una trama che ha come centro la vocazione: cioè come capire chi siamo, come diventare ciò che siamo.
Il fatto che il protagonista principale sia un topo non sposta di una virgola il ragionamento. E' evidente che ognuno di noi, come il ratto del film, ha ricevuto determinati doni, ed è chiamato, "vocato" ad usarli. Questi doni però si riescono ad usare solo se se ne capisce la drammaticità, se ci si lascia colpire da essi. E' evidente che non ce li diamo da noi. Se non usassimo questo doni li tradiremmo, e tradiremmo Colui che ce li ha concessi; non saremmo più noi, ma qualcosa di diverso, qualcosa di meno.

Accettare la propria vocazione fa dell'uomo chi è, chi deve essere; una persona, e non un topo. A meno che, naturalmente, il topo non sia quello di Ratatouille.

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mercoledì, 14 novembre 2007
Una terribile utopia

Il sentimento prevalente, alla fine della lettura del libro di Massimo Caprara "Gramsci e i suoi carcerieri", è una gran pena. Pena per il povero Gramsci, icona del comunismo, tradito in ogni maniera immaginabile. Tradito dalla moglie, affibbiatagli dai servizi segreti sovietici per controllarlo, e che sparirà sottraendogli la presenza e l'educazione dei figli al primo accenno di sua infedeltà alla linea; tradito dai vertici del partito stesso, che l'abbandoneranno cinicamente nelle carceri fasciste frustrando ogni tentativo di ottenere la sua liberazione; tradito nella memoria, con la postuma manipolazione dei suoi scritti e delle sue opinioni.

Di questi tradimenti Massimo Caprara fornisce abbondante documentazione, indicando in Palmiro Togliatti (di cui Caprara stesso fu per molti anni segretario) uno dei massimi responsabili. Sarà lo stesso Togliatti infatti a strumentalizzare la figura dello sfortunato comunista sardo in funzione ideologica, tacendone i dubbi e l'opposizione alla linea stalinista.
Una pena, dicevo: un gran vuoto allo stomaco per la constatazione diretta di cosa sia una ideologia. Di come per lei le persone niente contino; di loro si serve e le scarta non appena le sono inutili. Un' ideologia chiusa in una sua finzione avulsa dal reale: emblematico l'episodio dove tra carcerati si giunge alla rissa tra chi vorrebbe passare direttamente dal fascismo alla dittatura del proletariato e chi vorrebbe invece una transizione graduale. E si era nel 1930.

Alla fine anche Gramsci comincia a capire. Che la moglie è manovrata dalla polizia segreta russa, che è molto più fedele a loro che a lui; che probabilmente mai rivedrà i figli (il più piccolo non lo conobbe mai); che sono i capi stessi del suo partito a non volerlo libero. La sua morte, per molti versi ancora misteriosa, nel giorno stesso della sua liberazione, è l'atto finale di una tragedia di un uomo prigioniero, molto più che di una dittatura, di una terribile utopia.


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mercoledì, 31 ottobre 2007
Paura dei fantasmi?

Avete mai visto il film "La sposa cadavere", di Tim Burton? E' una fiaba gotica, sempre in bilico tra l'orrore e la commedia, realizzata con leggerezza e maestria.
Quasi alla fine della narrazione i morti ritornano sulla terra. Un orribile scheletro avanza verso un gruppo di persone, che si ritraggono terrorizzate. Solo un bambino guarda l'apparizione senza timore. Le si avvicina e domanda "Nonno?" E lo scheletro lo prende su e l'abbraccia.

Ecco, questo è il senso della ricorrenza cristiana dei defunti. Tutte le antiche religioni hanno cercato in qualche maniera di scacciare l'immagine della morte, dell'oltretomba, del defunto che ritorna a compiere le sue vendette. Il fantasma è  in tutte le culture è segno di sciagura, presenza da evitare, da ingraziarsi con offerte e sacrifici.

Il cristianesimo dice un'altra cosa. Dice che non occorre avere paura dei morti. O della morte. Che la vita è un passaggio, che la fine di questa vita è l'inizio di un'altra; e che chi muore sarà ritrovato.
Il luogo delle sepolture diventa il campo-santo, il campo dove sono seminati i santi che erano i nostri antenati, i nostri nonni, i nostri padri e madri, in attesa del nuovo germoglio. E la festa dei nostri santi che esultano in cielo è stata intrecciata con il giorno in cui anticamente si cercavano di fugare le presenze tenebrose che l'inverno incombente annunciava. E' diventata la festa della vita.
Fuggite chi cerca di risvegliare gli antichi spettri. Oggi si celebra la loro sconfitta, la sconfitta della loro paura. Non fateli tornare.

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mercoledì, 03 ottobre 2007
Gli insignificanti

Lo sapevate che i blogger cattolici non amano i commenti, le discussioni on-line sulla politica e la società? E che tra noi è molto basso il profilo dei contenuti e dei temi affrontati? Non lo dico io, e neanche un pisquano qualsiasi, ma nientepopodimeno che Francesco Diani. E chi è Francesco Diani, direte voi? A sentire Famiglia Cristiana, che lo ha intervistato,  è il gran guru dei cattolici in rete, il gestore (per dieci anni!) della lista Siticattolici.it.
Che sia autorevole non c'è dubbio: si ricorda persino "quando i cattolici sostenevano che la stampa era lo strumento dei protestanti e non bisognava mescolarsi con le invenzioni del diavolo", un periodo che nessun altro al mondo rammenta.

In effetti segnala problemi molto gravi. Che il 60% delle parrocchie non abbia un indirizzo di posta elettronica è un fatto molto increscioso, probabilmente stemperato dal fatto che i fedeli preferiscono rivolgersi al proprio parroco in ufficio. E' da stigmatizzare che le confessioni non si possano fare ancora via mail. E se il parroco è anziano, oberato di impegni e non possiede un computer? Sono sicuro che a Diani una soluzione verrà in mente.

Il fatto poi che i cattolici in rete siano tutti integralisti e tradizionalisti sconforta il nostro. Anche noi. Dove sono tutti i cattolici moderni, progressisti, critici verso il Magistero, dissidenti che evidentemente piacciono tanto? Probabilmente a discutere di politica sul blog di Grillo, o comunque di tutt'altro che non la Chiesa. Perchè per "perdere tempo” dietro a qualcosa bisogna avere a cuore la cosa stessa. Se la si disprezza o la si considera vecchia, perchè impegnarsi? Certo, non a tutti possono piacere i siti pieni di madonnine e santini e via dicendo. Ma non so se una fede semplice sarà valutata lassù di meno di una fede intellettuale, se pure esiste. Ho il sospetto di no.
Quanto all'integralismo, se significa prendere il Magistero della Chiesa nella sua interezza e integralità sì, sono integralista. Non parzialista, unpochettista, appenaappenista e neanche nodeltuttista. Grazie a Dio, grazie di cuore.

Se date un'occhiata nella mia colonna di sinistra trovate alcuni blog e siti. Altri ne trovate linkati su samizdatonline, e ce ne sono altri ancora di commentatori che, se pur non collegati, visito spesso. Ognuno di loro merita di essere letto; ognuno di loro presenta il cattolicesimo, quello vivo, da un punto di vista. Discutiamo di tutto, senza paura; ci diamo una mano. Non abbiamo ansia di visibilità perchè non ci interessa essere noi i protagonisti, apparire come i grandi esperti. Abbiamo un "profilo (...) basso, sia per i contenuti sia per i temi affrontati"? Non mi sembra.
Rimaniamo in fervente attesa di sapere da Famiglia Cristiana quali siano i temi "alti", "vaffanculo" a parte. Un paio di noi trovano posto tra i "cattivi" dell’articolo, perchè gli altri non siano segnalati non lo so: forse avrebbero guastato la purezza intellettuale, la tesi sottesa. Forse troppo cattolici. O forse gli estensori non li hanno mai visitati. Può essere. Ma a questo punto mi domando su quali siti girino in rete.

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mercoledì, 25 luglio 2007
Harry Potter e i Doni della Morte

E' tremendo avere qualcosa che ti brucia dentro e non poterne parlare con nessuno. Certo, è già molto meglio di un paio di giorni fa. Fino a ieri dovevo evitare giornali, telegiornali, forum, siti particolari. Oggi posso guardarli liberamente. Anzi, sono io il portatore sano di spoiler, "colui che sa".
Quando incontro gli amici vedo un lampo di terrore nei loro occhi. Lui sa! Adesso mi rivelerà tutto, lascerà cadere una parola e mi priverà per sempre di sapere come, chi...

Sì, ho finito di leggere l'ultimo libro della serie di Harry Potter, il settimo, "Harry Potter and the Deathly Hallows". Di cui il titolo di questo post è, a mio parere, la traduzione più fedele, anche se forzatamente parziale.

No, rassicuratevi. Non lo farò, non vi farò anticipazioni. Neanch'io sono così sadico. Ma certo non vedo l'ora di potere discutere liberamente della faccenda.
Un paio di cose ve le posso dire, però. A mio parere, questo è il migliore libro della serie. Come con i precedenti è stato fatto un altro passo verso una narrativa adulta. Niente cioccorane, ma una guerra. Con le sue vittime, ci piaccia o no. E ancora una volta la Rowling è riuscita a stupirmi, nonostante parti importanti della trama mi fossero già note grazie a deduzioni e all'attento lavoro di analisi di qualcuno. Certo, ci sono dei difetti: alcune coincidenze di troppo, e qualcosa rimane inesplicabile. Ma leggendo la conclusione ci sono pochi dubbi che veramente la saga sia terminata, almeno nella sua storia principale.
L'ultima cosa che dirò è che forse questo è uno dei libri più cristiani che si potevano scrivere...senza Cristo. Il tema del libro, intessuto in tutti i personaggi, è quello del sacrificio. Perchè, per chi, come. Certo, poi discuteremo su una certa citazione di S.Paolo scolpita nella pietra, sulle parole del celebrante, sul simbolo in cima alla pagina di un libro; ma questo sarà dopo. Quando anche voi l'avrete letto.
Spero presto.

PS: se qualcuno volesse postare spoiler nei commenti, è pregato di anteporre  *SPOILER* al commento stesso...

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lunedì, 16 luglio 2007
Chimere

"Non siamo a conoscenza di alcuna ragione scientifica per generare veri embrioni ibridi (mischiando gameti umani e non-umani) in vitro. Comunque, data la velocità di questo settore di ricerca, non può essere escluso in futuro l’emergere di ragioni scientificamente valide".
Così si esprime l'Accademia delle scienze mediche inglese sugli embrioni inter-specie. Il prestigioso consesso dà parere favorevole alla creazione di "embrioni-chimera", e si pronuncia anche sugli “embrioni ibridi”, cioè su quelli che si potrebbero ottenere unendo direttamente gameti umani e animali, una procedura ora vietata.

Apparentemente (ma ci credo poco) questi grandi luminari non hanno mai letto fantascienza.

Bisognerebbe consigliare loro quell'affresco malinconico e grandioso intessuto da Cordwainer Smith quasi mezzo secolo or sono, noto come ciclo della "Strumentalità".
Siamo 14000 anni nel futuro. La razza umana si sta risvegliando da una lunga utopia tecnicista, in cui ha rischiato di perdere ciò che contraddistingue l'essere uomo, o forse l'ha fatto . Rendendosi conto di ciò, i suoi leader (la Strumentalità, appunto) intraprendono quella che viene chiamata la "Riscoperta dell'Uomo", ovvero il tentativo di riportare in auge in una "Belle Epoque" di maniera quello spirito umano che stava andando smarrito. Tentativo velleitario, perchè ai quasi immortali signori sfugge completamente il fatto che non è il reintrodurre artificialmente il denaro o l'amore romantico che potrà salvare l'uomo, ma riscoprirne le speranze e i desideri.
Infatti, mentre i veri esseri umani sono sballottati in flussi di eventi per loro ormai incomprensibili, le sole creature che appaiono veramente vive sono i cosiddetti sottoumani.
Sì, potreste avere già intuito cosa essi siano. Sono ibridi animali-uomo, creati per essere schiavi. Folle di servili uomini-cani, forti uomini-toro, ragazze di compagnia-gatto sciamano senza essere notati attorno ai vacui uomini completi. Eppure sono proprio i sottouomini ad avere conservato quell'umanità che ai Signori della Strumentalità manca.

E' facile considerare come non umani, non meritevoli del trattamento e dei diritti riservati ad esseri umani persino chi è competamente uomo - gli stranieri, i neri, i ritardati mentali, i vecchi, gli embrioni. Pensate quanto sarebbe più facile per chi fosse umano solo in parte, progettato per essere forte, o fedele, o sensuale. Senza padre e madre, senza protezione, già orfano fino dalla provetta.
Forse l'Accademia delle scienze è l'embrione di quello che sarà la Strumentalità, persone abituate a vedere tutto e tutti come strumenti. Forse presto saranno tra noi quelle tristi chimere senza genitori, create per orgoglio e lucro.
Forse il futuro di Cordwainer Smith è il nostro futuro, dove C'mell, la ragazza gatto, ci salverà da noi stessi, ridandoci il nostro desiderio più bello e perduto.

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giovedì, 31 maggio 2007
Mostri

Nella sua ultima fatica "Emporio Cattolico", Vittorio Messori spiega che la frase "El sueño de la razon produce monstruos" che sta in calce alla celeberrima incisione di Goya in realtà è soggetta a cattiva - o meglio malevola - traduzione. Il suo significato infatti non sarebbe "il sonno della ragione genera mostri", ma il suo esatto contrario: "Il sogno della ragione genera mostri".
Non è quando la ragione è assente che i mostri spuntano fuori; è quando pretende di essere a se stessa bastante, e immagina utopie.

Voi direte, cosa c'è di male nell'utopia. Sognare fa forse male?

No, sognare non fa certo male. E' quando si pretende questo sogno di trasformarlo in realtà dimenticando che si tratta solo di una fantasia che i problemi spuntano fuori. Perchè allora l'utopista cerca di forzare la realtà dentro il suo schema. E, quando si accorge che proprio non ci vuole entrare, comincia a prenderla a colpi di accetta per tagliare le parti che restano fuori.

Nel suo libro "I mostri della ragione" Rino Cammilleri ci elenca un gran numero di utopie che nel corso degli ultimi tre millenni si è cercato di traformare in realtà. Le conseguenze sono stati disastri, morte, pazzia. E' una carrellata davvero impressionante: un susseguirsi di bislacche idee partorite a tavolino, alcune veramente da manicomio, che però hanno a volte segnato la storia e di cui inconsapevolmente anche noi portiamo spesso i segni.
L'autore mostra come l'illuminismo si leghi all'esoterismo, al socialismo, alla massoneria, al satanismo, al comunismo, allo scientismo, al nazismo e via andare con connessioni inaspettate. La rivoluzione sessuale è figlia della rivoluzione francese, e l'ecologismo fa il paio con l'eugenetica.

C'è un disegno nascosto, un suggeritore occulto dietro tutto questo? A volte viene il dubbio, specie dopo avere visto le stesse idee mostruose, le stesse illusioni nel Perù degli Inca, a Sparta, nella Parigi delle ghigliottine, nella Münster anabattista, nella Mosca di Stalin.
E' come se un demone incitasse gli uomini, in modo sempre diversi eppure sempre uguali, all'autodistruzione. Quando l'ideologia si rende conto di non riuscire a controllare la realtà comincia a divorarsi da se stessa, sterminando i nemici prima, poi i dubbiosi, i tiepidi, ed infine i suoi stessi accoliti, suicidandosi.

E' la realtà, e non il sogno, il punto da cui occorre partire. Solo da una vita si può generare una vita. I mostri che la ragione produce sono solo illusioni feroci che il tempo presto dissolve.

Segnalazione da RadioFormigoni:
Quando verrà
Post originale qui

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giovedì, 08 febbraio 2007
Famo finta de pregà

Ezio Mauro è di sicuro molto intelligente, così è difficile capire se ci è o ci fa.
Così risulta complicato capire se il suo articolo di ieri su Repubblica è un mirato siluro o una convinta opinione.
Come ogni bravo laicista che si rispetti, il suo orizzonte ultimo, con cui ragiona e con cui pretende tutti ragionino, è la politica (e cioè il potere). Il giornalista non pone neanche il problema se le cose che la Chiesa dice siano vere, perchè le presuppone false:

"Ma è come se la Chiesa, mentre ammette di essere diventata minoranza, non accettasse di vedere in minoranza i suoi valori, faticasse a stare dentro la regola democratica della maggioranza, dubitasse del principio per cui in democrazia le verità sono tutte parziali, perché lo Stato non contempla l'assoluto"

Come se? Mi ricorda quel fotografo che disse a Pio XI: "Santità, faccia finta de pregà". Si vorrebbe che la Chiesa accettasse quel relativismo per cui l'unico assoluto è la democrazia, anzi, lo Stato.

Il direttore di Repubblica sembra preoccupato che la Chiesa abbandoni quella sorta di equidistanza che aveva contrassegnato gli ultimi anni, e che ha consentito a tanta parte della sinistra di cavalcare supposte investiture vaticane. "Sotto attacco è l'organizzazione politica del pensiero cattolico di sinistra". Ma se cessa di essere cattolico, ovvero ancorato a quanto Papa e Tradizione e Chiesa dicono, allora resta solo il "di sinistra".

E allora, per dirla con Eliot, "è la Chiesa che ha abbandonato la sinistra, o la sinistra che ha abbandonato la Chiesa"?

Quindi, dopo aver sentito l'ennesimo cattolico adulto rivendicare il diritto di appartenere alla Chiesa e di andare contro quanto la Chiesa insegna, "perchè lo Stato è laico", termino con un piccolo pensierino (Matteo 21,28):

[Parlando ai farisei, Gesù disse:] "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli e rivolgendosi al primo disse "Figlio, va' oggi a lavorare nella mia vigna".
ma egli rispose e disse: "Non voglio"; piú tardi però, pentitosi, vi andò.
Poi, rivoltosi al secondo gli disse la stessa cosa. Ed egli rispose e disse: "Sí, lo farò Signore, ma non vi andò."
Chi dei due ha fatto la volontà del padre?".
Essi gli dissero: "Il primo". Gesú disse loro: "In verità vi dico che i pubblicani e le meretrici vi precedono nel regno dei cieli."

No, Dio non è di destra. Ma i farisei non sono di Dio.

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mercoledì, 03 gennaio 2007
Il marcio dei pinguini

Ero andato al cinema ben disposto, lo dico subito. Temevo si trattasse di una fregatura, ma visti gli incassi mi ero detto: ecco, sei prevenuto, un argomento apparentemente scemo come un pinguino che balla il tip-tap non è detto che non dia luogo invece ad un film piacevole. In fondo sei un patito di Fred Astaire.
Mi sbagliavo. Happy Feet è una cacca.

Salviamo le foto astronomiche iniziali e finali, grazie Hubble. Salviamo i panorami antartici. Pensavo che gli umani fossero animati bene fino a quando ho capito che non era computer graphic ma attori veri. Salviamo anche le canzoni (tutte cover) e qualche battuta che nell'originale era di Robin Williams (Ramon). Ma il resto...
Mamma pinguina si rifà a Marylin Monroe, ed infatti l'hanno sagomata con poppe e chiappe. Papà pinguino a Elvis Presley, e lascio immaginare. Il bambino medio nostrano questo non lo capisce (nomi come Memphis e Norma Jean credo gli dicano poco), quello che sa è che questi uccelloni di gorgheggio in gorgheggio finiscono per fare un uovo. Il pulcino che nascerà sarà un disadattato dal nome Mumble (che significa "mormorare" e si pronuncia "Mambo") che è stonatissimo ma in compenso balla.

Vabbè. Fin qui moscetto. Ma si va di male in peggio.

Il "capo" pinguino è preoccupato perchè il cibo scarseggia. Mumble pensa che la colpa sia di misteriosi "alieni" (gli umani), il suddetto pinguino anziano (con una certa somiglianza fisica all'ultimo Giovanni Paolo II) lo considera pazzoide oltre che spostato. L'unica a credergli è Gloria, la "bellona" del branco...Mumble si mette alla ricerca degli umani, e dopo avere attraversato a piedi metà antartide ed essere giunto a nuoto negli Stati Uniti affascina talmente gli uomini con il suo tip-tap che le nazioni unite mettono al bando la pesca. Happy ending, tutti ballano.

Blah.

La storia è scopiazzata in parte da un film d'animazione intitolato "Piuma orsetto polare", ma è piegata ed annodata fino a farle perdere anche un minimo di verosomiglianza. I pinguini non sono pinguini ma umani con l'aspetto di pinguini, in evidente intento moralistico. Ma perfino a Disney ciò riusciva meglio.
Tutti i personaggi di contorno sono macchiette senza spessore, e il protagonista non riesce a trasmettere quell'empatia e partecipazione che altre storie (es. i film Pixar) hanno.
Più che un elogio della diversità, il tono del film è dato dal moralismo pseudoambientalista e dalla polemica antireligiosa. Oltre alla presa in giro della preghiera e del concetto di "pinguino supremo", è messo in scena anche un terrificante "paradiso", l'acquario di uno zoo.
Tra cadute di stile che per fortuna i piccoli non colgono (vedi certe battute di Ramon o la scena in cui Mambo e Gloria si "travolgono") e prevedibili attacchi di predatori il film si snoda con uno sbadiglio fino alla prevedibilissima conclusione.

Morale: se sei un disadattato e miri alla pupa più bella, per risolvere i problemi del tuo mondo non pregare ma dà la caccia agli alieni. E quando ti catturano, balla.

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mercoledì, 06 dicembre 2006
Una tinta più oscura

Ieri sera, seguendo preziosi consigli, mi sono visto la miniserie "Battlestar Galactica".
Non la commenterò qui, perchè c'è chi ha fatto già un eccellente lavoro in proposito. Volevo solo sottoporvi una mia piccola osservazione.

Qualcuno tra i meno giovani magari ricorderà la serie originale dallo stesso titolo, fine anni '70. Anche qui l'umanità viene massacrata, anche qui un pugno di valorosi si batte per la sopravvivenza. Ma quanta differenza. Se un tempo l'accento era sull'eroismo, adesso il senso prevalente è una claustrofobica angoscia. I cavalieri immacolati dall'armatura lucente non ci sono più o, meglio, sono schiacciati da un aleggiante senso di disastro e disperazione.
Anche nella vittoria la morte e la menzogna creano una cappa opprimente, colorando tutto di una tinta più scura.

Non è solo una caratteristica di questa serie televisiva. Da qualche tempo in qua tutto è diventato meno luminoso, "dark".
Batman. Superman. Spiderman. Guerre Stellari. Ogni possibile leggendario protagonista delle cui avventure sia stato fatto il remake ha perso i toni pastello e l'ingenua baldanza per affondare nell'oscurità.
I nuovi eroi sono anche peggio.
Personaggi angosciati, massacratori più o meno colpevoli di amici e congiunti, vendicatori senza un torto o una ragione per combattere.

Non venitemi a parlare di approfondimento psicologico. Un tempo l'eroe lo distinguevi perchè era quello che faceva il bene. Adesso è quello che ha perennemente bisogno dello psicoanalista.
No, non è neanche un effetto di torri gemelle e terrorismo. E' cominciato ben prima, negli anni '80-90 del secolo scorso. In un qualche punto tra Blade Runner originale e il suo director's cut.

Cosa manca ai nuovi eroi? Credo in prima battuta il non essere più capaci di distinguere il bene dal male. Anche nel mezzo del combattimento con la più odiosa creatura mutante sembrano chiedersi: "Sto facendo bene? Non sarò io il mostro?"
E quando qualcuno muore, muore male, senza speranza, schiacciato come da un fato ineludibile e maligno.

La tinta è più scura perchè c'è meno luce. E quando la luce viene meno si perdono certezze, è più facile sbagliare. Senza la luce trionfano le ombre. Senza la verità, senza la certezza della verità, non ci sono neanche eroi.

Perchè, come dice il comandante Adama nella miniserie di cui sopra, "Non basta solamente vivere. Hai bisogno di qualcosa per cui vivere."

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mercoledì, 29 novembre 2006
Non è una marchetta

Non è una marchetta questa recensione al "nuovo" libro di Don Diego Goso "Cattolicesimo: istruzioni per l'uso", ed. Effatà che trovate in libreria da oggi. Questo perchè:

1- Non faccio marchette. Se non mi piace un libro lo stronco o non ne parlo, anche se ne conosco l'autore. E questo autore lo conosco bene, visto che senza di lui l'avventura di Berlicche non sarebbe mai cominciata.

2- Di solito chi fa marchette lo fa a priori. Io invece il libro me lo sono letto, anzi, divorato in un paio di sere. E' nel formato che preferisco: pillole brevi, che hanno il vantaggio di essere di facile digestione anche in presenza di elementi disturbatori (tipo figli) o quando il tempo a tua disposizione è veramente minimo e frammentato.

3- Se invece un libro mi piace, lo dico. Mi è piaciuto.

4- Il libro descrive un mondo che è il mio mondo, anche fisicamente. Larga parte di quanto narrato avviene letteralmente ad un tiro di sasso da casa mia. I protagonisti, positivi e negativi, passano sotto le mie finestre. Ad alcuni credo che potrei anche dare un nome - ma non voglio farlo. Perchè sono sicuro che anche voi lettori potreste fare altrettanto. Altri nomi, diversi da quelli che potrei attribuire io, certamente, ma altrettanto validi e rispondenti alla descrizione. Una volta si diceva "tutto il mondo è paese", no?

5- E' un libro utile. Spesso siamo abituati a sentire parlare della chiesa dai laici. Qui siamo "dall'altra parte della barricata".

6- Non è una marchetta perchè adesso dirò i suoi difetti, che a mio parere sono due. Il primo è che è troppo breve: arrivato al fondo, ne vorresti ancora. Il secondo è che è troppo buono. Da diavolo quale sono ci sarei andato giù molto più pesante...ma, a ripensarci, non sono sicuro che questo sia poi un difetto.

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giovedì, 23 novembre 2006
Una risata ci seppellirà

Nel movimento di Comunione e Liberazione è antica tradizione che al termine di alcuni momenti comuni ci sia una appendice nota come "frizzi".
Le "frizzi" sono il momento in cui ci si prende in giro. I bersagli sono solitamente i responsabili, o chi si è particolarmente distinto per comportamenti e papere. C'è allegria, ci sono risate, e si impara a non pigliarsi troppo sul serio. Spesso una frizzi ben riuscita è il sintomo più evidente che nel resto del tempo si è lavorato bene.

E' importante riuscire a ridere di se stessi. Oh quante me ne dicevano, e quanto mi incavolavo, una volta. Fino a quando ho capito quanto sia utile per capirti, e per correggerti, il riso altrui.
Adesso sono il primo a prendermi in giro, e a menar vanto di soprannomi vari. E quindi le cattiverie sono diminuite. Che divertimento c'è quando è la vittima stessa a sbeffeggiarsi da sola?

Perciò la satira non mi fa problema. Anzi, la "santa allegria" a mio parere è fondamentale per non cadere nella orripilante caricatura che del cattolicesimo fa Umberto Eco nel suo "Nome della Rosa".
Si dice "Scherza con i fanti ma lascia stare i santi". Nè il Papa nè il suo segretario sono ancora santi canonizzati - anche se ho pochi dubbi che almeno il pontefice rientri nella lista d'attesa. Per me, bersagli leciti.

D'altra parte, esiste un umorismo che non mira a far ridere, ma a far male. E' quella di chi dileggia il ragazzo down. Di chi sbeffeggia la vecchietta che cammina curva. O certe vignette di cui mi ricordo bene, che ho letto su "Il Male" o "Cuore" o "il Manifesto". Quella risata cattiva che non solo scherza con i santi, ma cerca di distruggerli. O utilizzarli per un suo disegno.
Se dissacro una cosa che sacra non era non c'è problema. Ma se il sacro (quello vero) è il segno del divino - del vero, del bello e del giusto - nel mondo, se lo elimino non mi rimarrà che il falso, l'ingiusto e il brutto.

Se la risata non è perfusa di Vero, di Bello e di Giusto essa ci seppellirà. Tutti quanti.

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lunedì, 13 novembre 2006
Ciliegie

Può capitare un pomeriggio freddo e un divano e una bambina che non sta troppo bene - koff koff, è di stagione.
Fai un po' zapping sulla tivù, giusto così prima di fare altro, e ti blocchi.  Ci sono Jack Lemmon e Tony Curtis che stanno cercando di scappare da mafiosi assassini. Riconosci il film, "A qualcuno piace caldo". E' uno dei tuoi preferiti, ce l'hai lì registrato, ma non hai mai tempo di guardarlo. Così ti arresti per il tempo di una scena...
...e finisci che te lo guardi tutto. I dialoghi sono da ribaltarsi, il ritmo indiavolato, Marilyn...bè, Marilyn è qualcosa da un altra dimensione, se la guardi distaccato magari non è neanche così carina, ma è impossibile per un uomo guardarla distaccato. Stimola qualcosa a livello di corteccia cerebrale: è l'archetipo, il modello originale. E non si può non guardarla a bocca aperta.

Il fatto però di avere di fianco a te un'altra spettatrice, una bambina di quattro anni piuttosto vivace intellettualmente, ti obbliga a considerare il film da un altro punto di vista. Perchè è una donnina, e non dà niente per scontato.

Intanto, ogni volta che amoreggiano lei fa blaah. Che ci volete fare, è l'età. E se ad amoreggiare sono uomini vestiti da donna la cosa richiede ulteriori spiegazioni, perchè un uomo che si veste da donna che amoreggia con un uomo o con una donna è qualcosa che "non va". Non è giusto, non è corretto: perchè ci sono i papà e le mamme, e...
Accidenti, è complicato questo film. Per una mente semplice e pura.

Una mente semplice e pura vede una ragazza triste che vuole ciliegie e trova solo quelle col verme. Probabilmente perchè è semialcolizzata, si imbuca con tutti senza andare troppo per il sottile (basta che abbia i soldi o che sia un sassofonista) e non ragiona molto. Quanto meno sul fatto che dovrebbe essere un poco più esigente nella scelta della frutta - nel film come nella realtà.
Una mente semplice e pura vede due musicisti anch'essi lievemente amorali e fetenti. Milionari che si imbucano con le ragazze perchè hanno i soldi, e ragazze che si imbucano con i milionari perchè hanno i soldi. E i camerieri che si imbucano con le ragazze che oltre ai soldi vogliono altro.
La mente semplice e pura si diverte per gli inseguimenti, per le gag,anche se in fondo quei personaggi sono tutti falsi, tristi e perdenti: i musicisti, i mafiosi, le ragazze, i milionari.

Il film è finito. E stavolta ha lasciato un po' di amaro in bocca. Come una dolce, rossa, succosa ciliegia, con il verme.

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lunedì, 16 ottobre 2006
La paga del giorno

I romanzi di Bruce Marshall non sono mai banali. Usualmente descrivono la vita di piccoli uomini di fronte allo scorrere del tempo, uomini fragili ma che sono, come tutti gli uomini, intrisi di infinito. Sono romanzi fatti di piccole cose, che si portano dietro la malinconia dell'incompiutezza dell'esistenza e la gratitudine per Chi questa incompiutezza rende compiuta.

Il romanzo "Ad ogni uomo un soldo" è una meditazione sulla parabola evangelica dei lavoratori dell'ultima ora (Matteo 20). Chi lavora solo un'ora viene ricompensato con la stessa cifra di chi ha faticato tutto il giorno. Su questo paradosso si interroga Gaston, il protagonista, prete in una parrocchia parigina tra il 1914 e il 1948. Il pezzo che segue è proprio il finale del romanzo, quando l'ormai anziano sacerdote lascia la sua chiesa per l'ultimo incarico.

Il treno proseguiva la sua corsa rumorosa lungo la galleria, ma Gaston non si accorgeva delle stazioni, perchè stava pensando ai misteri del Signore e riflettendo che lui li capiva in modo molto imperfetto. Uno, però, gli pareva di cominciare a capirlo, e cioè perchè tutti gli operai della vigna ricevevano un denaro, sia che avessero portato il peso della giornata e del caldo oppure no. Pensava che la ragione era questa: che tanta parte del lavoro era ricompensa a se stessa, come tanta parte del mondo era castigo a se stesso. E a un tratto Gaston si rese conto che lui, da prete, era stato molto felice. E anche adesso che, oltre a essere zoppo, era quasi cieco, e che avrebbe dovuto impararsi a memoria chilometri di Epistole e di Vangeli, sapeva che come cappellano residente delle suore sarebbe stato molto felice. (...)

Il treno proseguì la sua corsa rumorosa lungo la galleria, e il reverendo Gaston cominciò a pregare in silenzio per i sei trappisti trucidati a YangKiaping. E pregò anche per il resto del mondo, che Cristo Signore si chinasse giù, lo toccasse e ne spianasse le grinze.

E' questo che tanti non riescono a capire: che il vivere il cristianesimo è un premio in sè, è sperimentare che si può vivere meglio, molte volte meglio.
Che il muoversi in nome di questo cristianesimo non è una cattiveria che cerchiamo di infliggere al mondo, ma nasce dal dolore di vedere tanta vita sprecata, tanta felicità che non c'è e ci potrebbe essere. Perchè tutti possono afferrare quella fune che scende dall'alto, foss'anche all'ultimo minuto dell'ultima ora. Anche se si saranno persi il bello della vita, avranno ancora la vita del mondo che verrà.
E veramente spero di vedere voi tutti, miei lettori, in Paradiso, dove la realtà sarà evidente, dove la realtà sarà trasparente. Quanto dolore allora per le occasioni sprecate, per come fummo e non siamo stati.
E quanta gioia per la Sua misericordia.

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lunedì, 25 settembre 2006
Al mercato dei quarti di bue

Ho appena terminato di vedere un film pieno di gioia di vivere e di amore. Mi ha riportato alla mente quel periodo della vita in cui si cerca di capire chi si è, cosa accadrà di noi, cosa siamo capaci a fare. Quel periodo di amori enormi, di sussurri del cuore, di bellezza e di pianto che si chiama adolescenza, che si chiama gioventù. Una eco di quei giorni lontani lontani si è risvegliata per qualche instante dentro di me, simile alla fioca malinconia dei ricordi di una estate da lungo tempo passata.

Sono tornato dell'altra stanza. In televisione vendevano quarti di bue. Vecchie con mezzo metro di biacca a coprire le rughe, bellocci abbronzati dall'aria vagamente idiota, e la sfilata delle cosce in minikini d'ordinanza. Tutti con quello che voleva essere un sorriso ma era uno scoprire i denti, come a volere addentare una preda. Mi sono sentito mancare, tanto era il contrasto con ciò che avevo appena finito di vedere. Il mercato dei quarti di bue mi è apparso come una fiera del vano nel senso pieno del termine: del nulla, del vuoto, di ciò che non è e non dovrebbe essere. Più vago di un filo di fumo, più inutile di una bicicletta in mezzo al mare.
La bellezza non è solo una coscia tornita: è una tessitura profonda e ricca, è un senso, è un positivo, è miele caldo e aspro.
Me ne sono tornato qui, a scrivere queste righe, mentre di là il mercato terminava. Non sarà un gelido, superficiale sorriso a raffreddare il caldo buono che ho dentro.

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