Il cielo visto dal basso

Berlicchì?

Utente: berlic
Ufficialmente, un diavolo che dà consigli ai giovani demonietti. Avrai letto anche tu "Le Lettere di Berlicche" di C.S. Lewis, vero? Attenzione, però: i diavoli CREDONO in Dio. E questo in particolare svolazza, un po' sù un pò giù, ma complessivamente diretto verso l'alto, verso quel cielo di cui ha nostalgia.

Berlicche

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There are two equal and opposite errors into which our race can fall about the devils. One is to disbelieve in their existence. The other is to believe, and to feel an excessive and unhealthy interest in them. They themselves are equally pleased by both errors and hail a materialist or a magician with the same delight.

from "The Screwtape Letters"

Ci sono due errori uguali ed opposti nei quali la nostra razza può cadere a riguardo dei diavoli. Uno è non credere alla loro esistenza. L'altro è crederci, e nutrire un eccessivo e insano interesse in essi. Loro stessi sono ugualmente compiaciuti da ambedue gli errori e salutano un materialista o un mago con lo stesso piacere.

da "Le lettere di Berlicche"

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da Marzo 2005:


venerdì, 27 novembre 2009
Sepolti vivi

Duecento anni fa una delle fobie più diffuse era la paura di essere seppellito vivo. Di risvegliarsi dentro una bara, sotto due metri di terra, non poter fare sapere al mondo che si è commesso un errore. Ricordo ancora con orrore un documentario che vidi da ragazzo, il coperchio della cassa scavato dall'interno dalle unghie, la bocca aperta in un grido non udito.
Succede ancora. Non in un loculo, ma in un letto di ospedale. La notizia è di qualche giorno fa. Per venticinque anni un ragazzo belga vittima di un incidente non è riuscito a far sapere che lui sentiva, vedeva, capiva. Medici più attenti con strumenti più perfezionati alla fine se ne sono accorti.

C'è anche chi sostiene che proprio il diagnosticare che questi pazienti sono ancora in grado di capire potrebbe essere un buon motivo per lasciarli morire. O farli morire, visto che non stiamo parlando di persone in fin di vita, ma solo incapacitate a provvedere alle proprie necessità.
Gli argomenti portati sono sostanzialmente quattro.
Primo, che ognuno ha diritto di decidere cosa fare della propria vita.
Secondo, che "probabilmente" non migliorerà mai, e quindi perchè rischiare trattamenti che potrebbero portargli danno? Meglio sopprimerlo.
Terzo, un paziente che non può avere interessi non ha interesse neanche che la sua vita continui.
Da ultimo, sottrae risorse preziose ad altri potenziali pazienti.

C'è un piccolo "però". Statisticamente, i pazienti immobilizzati ma in grado di comunicare non percepiscono la qualità della loro vita come inferiore. E allora uno si domanda, cosa differenzia il fatto che si possa accogliere la domanda di morte di uno loro e non quella di un suicida "normale"? Le cattive giornate capitano a tutti, specie se non hai possibilità di schiarirti le idee con una passeggiata, se non hai vicino qualcuno che ti voglia veramente bene. Che cosa fa la differenza? La possibilità di comunicare a voce? Di correre? Di mangiare da soli? E' questo che fa di un uomo un uomo? Cosa fa di un uomo un uomo, della vita la vita?
 La società umana nasce quando il più forte si prende cura del più debole. Cosa stiamo diventando?
Sembra che molti medici, molti politici siano impegnati non a trovare modi più umani per fare vivere, o per guarire, ma per favorire la morte, per far morire. Come se la cosa più importante della vita fosse la morte, altrui. Come se al picchiettio da sottoterra rispondessimo con una alzata di spalle, e ci buttassimo sopra un'altra badilata.

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meditabondazioni

giovedì, 26 novembre 2009
Fuori scala

Vorrei raccontare un fatterello personale.
Erano i miei anni universitari. Stavo svolgendo una ricerca su un metodo innovativo di simulare i circuiti logici.  La velocità dei test erano in linea con le attese. Andava tutto bene. Fino all'ultimo esperimento, quello che prendeva in esame il numero di "porte" più alto di tutti. Crunch! Invece di durare quanto preventivato la simulazione inchiodò il computer per quasi un giorno.
Ovviamente qualcosa era andato storto. Il risultato era completamente fuori scala. Ma era stato l'ultimo test, non c'era tempo di rifarlo e quindi decisi di ignorare semplicemente il risultato. Doveva essere stato un caso.

Se all'epoca avessi avuto l'esperienza che ho adesso avrei capito subito il problema. Erano stati raggiunti e superati certi limiti fisici della macchina (anch'essa sperimentale) su cui si era effettuata la simulazione; il metodo seguito avrebbe dovuto essere modificato per tenerne conto.

Da allora ho imparato che quando c'è un fatto che non rientra negli schemi questo non va mai ignorato, attribuito al caso od ad una circostanza (s)fortunata. Quello è un avvertimento che la realtà ci manda, e nasconde tesori. Ogni volta che ho ignorato un'anomalia me ne sono amaramente pentito più tardi. Truccare il dato, nasconderlo, come hanno fatto certi scienziati, come facciamo continuamente cento volte al giorno perchè la nostra ide(ologi)a è differente è qualcosa che mi diminuisce, mi fa essere meno di quello che potrei, mi fa comprendere meno la realtà, mi fa vivere peggio. Fatto volontariamente, con deliberato consenso, è la definizione di peccato.

Vogliamo essere ancora più precisi, ancora più provocatori? Se lasciamo da parte l'Incarnazione non capiremo mai niente, nè di noi nè del mondo.

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meditabondazioni

mercoledì, 25 novembre 2009
Un'ultima cosa

Uno dei vantaggi della TV digitale è che ci sono un sacco di canali di cui non sai cosa fartene, ma che possono riservare qualcosa di interessante e inaspettato se hai la pazienza di fare un po' di zapping extra. O digiti il numero sbagliato.
E così, una domenica pomeriggio, con il conforto di un gelato al cioccolato e di un divano, ho passato un'oretta a rintuzzare gli attacchi dei miei figli che volevano impedirmi di godere di un confronto vis-a-vis tra il Patriarca di Venezia, Angelo Scola, Eugenio Scalfari e Franco Cordelli. Tema, "Le cose ultime".

Cordelli appare spaesato, fuori partita, con la perenne aria di "cosa ci faccio qui". Scalfari guarda gli interlocutori come se avessero pestato una cacca particolarmente puzzolente. Scola invece è a suo agio, rilassato, quasi fosse al bar davanti ad una birra e non in un contronto teletrasmesso con due ateognostici particolarmente tignosi.

La cosa che mi colpisce e impressiona è che Scalfari, nonostante la spocchia e le citazioni dotte, non conosca l'abicì del cristianesimo. Ad esempio, il fatto che la Chiesa esplicitamente affermi la resurrezione dei corpi, e non un generico saltabeccare eterno di anime per nuvolette con un'arpa in mano. Che l'asserito motivo del suo rigetto del cristianesimo sia qualcosa che con il cristianesimo ha poco a che fare forse qualche pensiero al barbuto giornalista dovrebbe farglielo nascere.

Corpo, mente, anima: di questo è fatto l'uomo. Questi sono i tre elementi che occorre tenere sempre bene allenati, per quanto possibile. Senza uno di questi componenti non si avrebbe più l'uomo, ma qualcosa di diverso. Ed è questo l'argomento più forte, in fondo, che ha chi crede per affermare che questa resurrezione ci sarà davvero.

Il vecchio guru del giornalismo nostrano all'inizio della trasmissione come prima cosa ha affermato di essere troppo vecchio per cambiare idea. Da parte mia, io spero di non esserlo mai: è terribile sapersi in errore e continuare a impantanarsi in esso adducendo la scusa di avere il cervello ormai partito. Ma io credo che, una volta morti, la nostra vita continuerà altrove; Scalfari, che in questo non crede, purtroppo per lui è già morto e non se ne accorge.
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gusto e disgusto

martedì, 24 novembre 2009
Colpi di mano

Avete presente, credo, quello che è accaduto durante la partita Francia-Irlanda. Un pallone in area di rigore "corretto" una, due volte dall'attaccante con la mano. Gol della Francia, Irlanda eliminata. Polemiche, accuse, il risultato rimane.

Non so se avete altrettanto presente invece altri colpi di mano di cui si è parlato poco. Sono quelli che alcuni climatologi hanno effettuato sui dati in loro possesso per "sospingerli" verso la dimostrazione che stiamo andando verso un riscaldamento globale dovuto all'uomo.
La prova di questi "tocchi" sarebbe in una serie di mail che un hacker, o piu probabilmente un informatore, ha fatto trapelare nei giorni scorsi. Mail interne, che avrebbero dovuto rimanere private, in cui si discute della maniera più opportuna per (massì, diciamolo) manipolare i dati a proprio vantaggio.
Niente di sconvolgente: se hai dei dati che non collimano con la tua teoria, fai prima ad eliminare i dati che a modificare la teoria. Magari l'abbiamo fatto anche noi, senza dare al trucchetto troppa importanza. Magari lo facciamo in continuazione, ogni giorno, con le persone che ci stanno accanto.

Si chiama ideologia. Occorre avere veramente a cuore la verità più che se stessi per accettare la realtà così come viene. Resistendo alla tentazione di alterarla, magari ripetendoci che il fine giustifica i mezzi. Solo avendo a cuore la realtà come avvenimento possiamo riscoprirla, anche nelle parti che normalmente censuriamo inseguendo ciò che abbiamo in mente. Solo così possiamo crescere.

Il "climagate" (come, con un guizzo di fantasia, è stato chiamata la vicenda) non dice neanche niente di particolarmente nuovo. Ad esempio, già da qualche mese si sapeva che alcuni dei dati fondamentali portati in suffragio del riscaldamento globale erano taroccati. Ottenuti scremando un campione ben più ampio che non aveva affatto l'anomalia allarmante tanto pubblicizzata. Come, non lo sapevate? Allora forse ad aggiustare a mano non sono solo i climatologi e i calciatori...

Global warming cartoonVignetta in alto a sinistra : "1895, I geologi pensano che il mondo si ghiaccerà nuovamente"
Vignetta in alto a destra: 1932, "Extra, extra, la Terra si riscalda!" "La Terra si sta progressivamente riscaldando!"
Vignetta in basso a sinistra : "1975, Un raffreddamento generale è consierato inevitabile" "Il grande congelamento"
Vignetta in basso a destra: "2006, Il clima sta impazzendo e la colpa è del riscaldamento globale!" "Rapporto speciale sul riscaldamento globale: siate preoccupati, molto preoccupati"

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meditabondazioni

lunedì, 23 novembre 2009
Il momento della fine

2012. Era ormai quasi il momento.
Gino passò il dito pensoso sulla statuina pseudo-Maya che fungeva da fermacarte sulla scrivania. La Maya-mania era impazzata negli ultimi mesi. Ed ora, come tutto, stava per finire.
Il calendario era giunto al suo termine
Da fuori giungevano le urla, le esplosioni. Sempre più forti, sempre più vicine.
Il momento era giunto. La sua mano indugiò sul cassetto, su quello che aveva messo da parte per questa occasione. Avrebbe dovuto prepararsi, lo sapeva: rischiava che la fine lo cogliesse impreparato, che non avesse più tempo per...
Sorrise amaro. In fondo se l'era cercato. Era stato lui a volere essere solo, invece che con gli altri che adesso, tutti insieme...
Distolse il pensiero. Non serviva a niente rimuginare. Era lì, e basta.
Colto da un desiderio improvviso, spalancò le finestre.
La notte era illuminata dai chiarori improvvisi e scossa dai boati. Poche persone fuggivano verso la loro destinazione. Gino immaginò diretti verso i loro cari, per potere essere con loro quando il momento fosse giunto. Si domandò se avrebbero fatto in tempo. Non mancava molto.
Lanciò un'occhiata all'orologio, al conto alla rovescia. Si era fatto tardi, troppo tardi. Si lanciò alla scrivania, con affanno aprì il casetto chiuso a chiave. Le sue dita si strinsero sul freddo metallo. Gira, gira...maledizione, non farò in tempo...
Il conto alla rovescia giunse al termine. 3, 2, 1...Un'ultima occhiata al chiarore crescente, al di fuori...un rombo sempre più forte quasi cancellò il rumore dello scoppio tra le dita di Gino. Qualche goccia finì a terra.
Fuori dalla finestra, i fuochi artificiali salivano alti e il fumo era una cappa che oscurava le stelle. Gino trangugiò il bicchiere di moscato che si era versato, e andò verso il muro. Essere di turno l'ultimo dell'anno era scocciante, ma se non altro potevi sostituire il calendario. E scambiò Olga Sederova di dicembre con Cinzia Sarizza di gennaio.
Si allontanò di un passo, inclinando leggermente la testa. La modella era vestita solo di fiocchi di neve. Cambiano sempre, ma in fondo sono fatte tutte allo stesso modo, pensò, finendo di sorseggiare il suo moscato. E anche se a lui piacevano le brune questa non era la fine del mondo.

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diavolerie e cattiverie, fiaboidi

venerdì, 20 novembre 2009
Assassine nate

Stamattina, un altro corpo. Era nel mezzo del viale, gli occhi chiusi, le ferite mortali ancora stillanti sangue.
Mia figlia è sbottata: "Non puoi tenerle sotto controllo? Ogni giorno c'è un cadavere. E metterle in gabbia?"
Non ha tutti i torti, pensavo, mentre prendevo il piccione per la coda e lo inumavo nel vicino bidone. Almeno questa volta non l'hanno spiumato. Certe volte ci sono penne ovunque, pezzi d'ala, zampe sfracellate. Ripulire è un macello, nel senso letterale. Lo stormo di torraioli che da sempre abitava sui tetti dei nostri vicini, ricoprendo la strada e il marciapiede di una spessa coltre di guano biancastro, ormai è ridotto a poco più di una dozzina di individui sull'orlo di una crisi di nervi. Sono sopravvissuti solo i più guardinghi, animali pelle e ossa che si guardano in continuazione intorno come radar con il becco. In attesa di vedere la sagoma della mia famigerata gatta, o di una delle sue terribili figlie. Le Valchirie al confronto erano bibliotecarie.

Dapprima hanno spopolato il giardino dalle lucertole. Cadaveri verdastri maciullati per ogni dove. Non pensavo che ce ne fossero tante, ad un certo momento ho pensato che avessero cominciato ad importarle dall'estero. Macchine per uccidere: ne salvavo quante potevo, sottraendole dalle grinfie assassine, ma quando sei mezzo masticata probabilmente non ne hai per molto comunque. E poi gli uccellini. Ha presente quel tenero pettirosso che cinguettava sul balcone? Dovevano essere le piume dell'altro giorno. Le gazze a lungo han chiamato il loro piccolo. Le tortore che nidificavano in cima alla palma han scoperto che i felini sanno arrampicarsi. Lo storno che avevamo recuperato ancora vivo è durato solo qualche ora. E non si sente più l'usignolo cantare, da un po'.

Non è che non diamo loro da mangiare. Fin troppo. Infatti raramente divorano le loro vittime. Penso che per loro sia come uno sport.
E allora, è giusto intervenire? Scandalizzarsi per i loro giochi crudeli? Rinchiuderle in gabbia, come suggeriva la mia piccola bambina?
Il mondo è quello che facciamo noi. Adeguarsi all'istinto, oppure no. Intervenire. Schierarsi. Giudicare. Anche il non decidere, anche lasciar fare è una decisione.
La gatta mi guarda con occhi verdi strafottenti, e io ringrazio che sia lunga solo trenta centimetri. 

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meditabondazioni

giovedì, 19 novembre 2009
Per strada - XI - E se fosse il giardino?

All'Inizio - Il bruto, per cominciare - Naturalmente la divinità - All'anima - Lo spirito della cosa - Mangia questo totem - Mi divoro papà - Siamo fatti così - il genio e il desiderio - Non così in basso - E se fosse il giardino?

Non se avete mai giocato a "Civilization". E' un gioco per computer molto famoso. Alla guida di una civiltà si ripercorre lo sviluppo dell'umanità dalla preistoria al prossimo futuro. I giocatori scelgono quale sviluppo culturale o scientifico perseguire: la scrittura porterà alle biblioteche, la scoperta dei metalli al rame, al bronzo, al ferro e così via. Ovviamente, dopo le sepolture rituali, occorre sviluppare il politeismo per poter ricercare alla fine il monoteismo...
Solo un gioco, certo: ma indice di una mentalità e di idee fossilizzate su errori antichi, quando non si pensava che la storia della religione potesse andare in senso opposto, passando da uno a molti dèi.

Errori che erano ben chiari a Wilhelm Schmidt (1868-1954), linguista e antropologo, referente di un gruppo di studiosi cattolici all'Università di Vienna. All'apparire del libro di Lang sulle antiche divinità supreme fu lui ad intuire per primo una possibile soluzione all'enigma della nascita della religione.

E se tutti i monoteismi, al di là delle differenze, non fossero che uno solo? E se tutti gli Esseri Supremi rintracciabili nelle diverse culture non fossero che la memoria offuscata dal tempo di un unico evento, databile all'inizio della storia della specie umana, in cui la divinità si è rivelata?
In altre parole: e se quanto raccontato nel libro della Genesi, un Dio che passaggia con l'uomo nel giardino dell'Eden, fosse realmente avvenuto?
Se non letteralmente, quantomeno come dinamica. Una realtà remotissima, offuscata da fraintendimenti, aggiunte, riscritture, rivelazioni ed interpretazioni successive; ma quantomeno una realtà.

Schmidt, con le sue brillanti argomentazioni e la sua mole di dati (4000 pagine, 12 volumi) difficilmente confutabile, ha ovviamente terrorizzato il mondo dell'antropologia, uno delle più secolarizzate branche della scienza esistenti. E quindi, al di là di alcuni aspetti problematici delle sue teorie, è stato rifiutato in blocco.
Non potendo negare i fatti - sì, anche quelli, ma esistono dei limiti - alla fine gli scienziati hanno dovuto alzare bandiera bianca. Finendo con l'affermare che non sapremo mai come è nata la religione; mai riusciremo a spiegare le tante similitudini nei culti di popoli così distanti tra loro, persi nelle nebbie del tempo. E quindi abbandonando a questo fine quello studio dei popoli primitivi intrapreso dai loro predecessori proprio per confutare quella tesi che, alla fine, dai fatti è nonostante tutto emersa.

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meditabondazioni

mercoledì, 18 novembre 2009
Sì sì, no no

Se noi dobbiamo dare un governo rappresentativo ai musulmani inglesi (...) non dobbiamo commettere l'errore di domandar loro di fare una croce sulla lista elettorale: sembra una sciocchezza ma li può offendere. Così io ho introdotto una piccola riforma permettendo un simbolo facoltativo, tra l'antica croce e un segno curvato, che può essere la mezzaluna e che, siccome è più semplice a farsi, sarà generalmente accettato.1

Questa citazione da "L'Osteria Volante" di Chesterton, in cui si immagina (cent'anni fa) un'Inghilterra in balia di una manìa musulmana che rimuove ogni simbolo della cristianità, mi è tornata alla mente ripensando alle icone che sono state standardizzate nei nostri computer per Sì e No.

yesno

Considerando che Sì è una mezzaluna verde, e No una croce... 

" If we are to give Moslem Britain representative government, (...) We must not ask them to make a cross on their ballot papers; for though it seems a small thing, it may offend them. So I brought in a little bill to make it optional between the old-fashioned cross and an upward curved mark that might stand for a crescent--and as it's rather easier to make, I believe it will be generally adopted."

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diavolerie e cattiverie

martedì, 17 novembre 2009
All'insegna dell'osteria

Sono un poco stupito che nella discussione sul crocefisso e l'islamismo rampante non si sia mai citato un romanzo stranamente profetico di quasi un secolo fa.
Il libro narra di una Inghilterra in cui la piaggeria verso l'Islam conduce alla sostituzione progressiva delle croci con la mezzaluna, delle tradizioni occidentali con quelle "turche"; con conseguenze come l'abolizione delle osterie.
La lotta tragicomica di un nerboruto poeta-guerriero irlandese e del padrone di una osteria smantellata per mantenere il diritto al bicchierino, condotta sfruttando la lettera della legge e la conoscenza della propria terra, è la scusa per una robusta satira sociale e una galleria di ritratti di intellettuali più o meno proni al nuovo che avanza.

Stiamo parlando, se ancora non l'aveste riconosciuta, de "L'osteria volante" di G.K. Chesterton. Un'opera che se per certi aspetti appare assolutamente datata - pubblicata nel 1914, già la prima guerra mondiale renderà obsoleto il mondo che descrive - da certi altri lascia stupefatti per la lungimiranza nel prevedere determinati meccanismi che ora, solo ora sono in pieno svolgimento.
Colpiscono soprattutto i ragionamenti usati da alcuni personaggi per affermare la superiorità della cultura islamica. Apparentemente lineari, appaiono tuttavia folli a chi conosca la realtà. E' proprio il cozzo tra la realtà e l'imposizione di una ideologia il tema fondamentale del libro.

Chesterton, che non ancora convertito quando lo scrisse, fallisce tuttavia nell'indicare il vero punto di scontro. Ci gira attorno, ma non lo concretizza mai: quello che rende possibili le osterie, e impedisce gli harem, è proprio quella croce che compare nell'insegna dell'osteria del titolo; e che l'improbabile Profeta che imperversa nelle pagine vorrebbe rimpiazzare per ogni dove, dai tetti ai segni di spunta. 
  
Di fronte all'ingiustizia imposta c'è chi si adegua e chi no: "Ho visto oggi qualcosa di peggio della morte: e il suo nome è Pace".1 Non è il Turco il nemico che Chesterton indica, ma chi pretende di rimpiazzare il mondo "fatto male" con qualcosa di meglio ideato da lui.
Una lettura straordinaria, molto più godibile in lingua originale se si può.
E termino con una delle straordinarie canzoni che lo costellano. Una canzone di amore e, se si può dire, di speranza.

 "Lady, the light is dying in the skies,
    Lady, and let us die when honour dies,
    Your dear, dropped glove was like a gauntlet flung,
         When you and I were young.
    For something more than splendour stood; and ease was
         not the only good
    About the woods in Ivywood when you and I were young.

"Lady, the stars are falling pale and small,
    Lady, we will not live if life be all
    Forgetting those good stars in heaven hung
         When all the world was young,
    For more than gold was in a ring, and love was not a little
         thing
    Between the trees in Ivywood when all the world was
         young." 2

1 -"I have seen something today that is worse than death: and the name of it is Peace."

2 -
Signora, nei cieli ora la luce muore
Signora, fà che moriamo se muore l'onore
Il tuo guanto caduto, cara, era una sfida gettata in più
per me e te, in gioventù.
Perchè là più dello splendore stava
E non solo la comodità importava
Là nei boschi di Ivywood per me e te, in gioventù.

Signora, sta cadendo una stella piccola e smorta
Signora, noi non vivremo se la vita solo importa
dimenticando quelle buone stelle appese lassù
Quando aveva il mondo la gioventù
Perchè c'era più dell'oro in un anello
e non era amore piccola cosa, in quello
Là nei boschi di Ivywood, quando aveva il mondo la gioventù
(traduzione mia)

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meditabondazioni, gusto e disgusto

lunedì, 16 novembre 2009
La più bella

Mi ricordo di Michele la prima volta che la vide. Stavamo sfogliando riviste insieme, io alzai lo sguardo proprio in quel momento. Vidi il suo volto cambiare, gli occhi brillare. Mi sussurrò: "Guarda quella!"
Io guardai. Era, oggettivamente, bellissima. Curve da sogno, l'aria aggressiva eppure con un che di morbido. Diedi un'altra occhiata a Michele. Se ne stava lì imbambolato, ed io riconobbi i sintomi. Era senza dubbio innamorato perso.

Ce la mise tutta, non aveva in testa altro. La conquistò. Noi amici eravamo scettici. Uno come lui, con una così. Ma lui ripeteva che nessun sacrificio era troppo grande. Quando per la prima volta li vidi insieme quasi non ci potevo credere. Dalle nostre parti bellezze del genere sono rare, ed erano pochi a scommettere che alla fine il sogno di Michele si sarebbe realizzato. Da parte mia, ero felice per lui. Ma non mi abbandonava il senso di inquietudine. Conoscevo Michele. E prevedevo guai.

Guai che purtroppo arrivarono.
Non si sapeva trattenere dal metterla in mostra, farne sfoggio. Vantarsi. E non perdeva occasione per far vedere che era lui il padrone. La portava in luoghi che sarebbe un eufemismo definire inadatti. Non si accontentava di ciò che lei gli dava: pretendeva oltre, sempre di più. La metteva alla prova. La strapazzava, la trattava male. Lei era stata molto brillante: non solo bella, ma con quel qualcosa in più che faceva girare la testa. Adesso sembrava diventata opaca: sempre al limite, anzi, oltre il limite. E questo ha un prezzo.
Michele sembrava ignaro di quello che stava succedendo al suo sogno. Ascoltandola, guardandola, era impossibile non notare il cambiamento. Lei era diventata trasandata, sporca. Puzzava di fumo, forse anche di qualcosa di peggiore. Poi, una sera, accadde.

Fuori del bar c'era un gruppo di facce nuove. La videro, e cominciarono a fare apprezzamenti. Michele l'accarezzava distrattamente. Dava corda. Poi, ad un certo punto, si voltò. "Volete farci un giro? Divertirvi un po'? Accomodatevi." E lo disse con tale tono che ne fui inorridito.
Lo presi da parte: "Ma sei impazzito?" gli chiesi. E lui, con un sorriso amaro: "Io ci ho fatto di tutto, insieme. Di tutto. E' ora che se la godano un po' anche gli altri. E' roba mia, posso farci quello che voglio. Posso usarla come voglio."
Rimasi senza parole. Lui mi passò accanto ed uscì.
Di lì a non molto lo vidi con un'altra.
Mi disse solo una parola: "Ho rotto".

L'andai a trovare. Se ne stava a bordo strada, in attesa che venissero a prenderla. Michele aveva preteso troppo, stavolta. Non si era accontentato di quello che lei era: aveva preteso di imporre su di lei la sua misura, sordo agli avvertimenti ed ai segni premonitori. La sfiorai con le dita. Era immobile, morta.
Una macchia d'olio nerastro macchiava l'erba, colava nel fosso. La carrozzeria, un tempo lucida, era tutta graffiata. L'interno era pieno di rifiuti. L'automobile più bella che avessi mai visto era un rifiuto lasciato ad arrugginire.
Abbandonata. Come accade ai sogni, quando ti accorgi che non bastano. Come accade quando di quei sogni non siamo degni.

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fiaboidi

venerdì, 13 novembre 2009
Per strada - X - Non così in basso

All'Inizio - Il bruto, per cominciare - Naturalmente la divinità - All'anima - Lo spirito della cosa - Mangia questo totem - Mi divoro papà - Siamo fatti così - il genio e il desiderio - Non così in basso - E se fosse il giardino?

Durkheim affermava che gli aborigeni australiani hanno il livello culturale più basso possibile. Ma, al contrario di quello che il sociologo credeva, la loro religione non è limitata ad un totemismo senza dio: comprende solide nozioni di cosmologia ed un gruppo di Alti Dei che hanno creato il mondo.
Lo stesso tipo di convinzione che hanno altri gruppi estremamente primitivi in tutto il mondo. Pigmei, Figiani (sì, quelli simili "ai più bassi animali" secondo Darwin), gli abitanti delle Andamane...questo fatto, noto fin dalla fine del XIX secolo, all'epoca era stato aspramente contestato o ignorato.

Uno dei pochi a dargli il giusto rilievo fu Andrew Lang (1844-1912). Nel suo "The Making of Religion" (1898) attacca frontalmente il mito che il selvaggio non abbia l'idea di Dio. Dimostra, dati alla mano, che i gruppi più primitivi in tutto il mondo credono nell'esistenza degli Alti Dei (High Gods): eterni, onniveggenti e custodi della moralità. Insomma: lo stadio più antico della religione non sarebbe un indifferenziato animismo, ma il credere in un Essere Supremo eventualmente attorniato da dèi minori; e l'adorazione degli antenati e degli spiriti una degenerazione più tarda.
L'establishment antropologico, devoto all'idea di una evoluzione lineare della religione, non la piglia tanto bene. E ostracizza il suo lavoro. Ma man mano che le prove si accumulano - da citare Paul Radin, Mircea Eliade (1907-1986), Ninian Smart (1927-2001) - i fatti non possono più essere negati.

Naturalmente le immagini di questi "Alti Dei" tra le culture primitive variano molto. Possono essere molto attivi e interessati all'uomo; oppure simili a Demiurghi ritiratisi a vita privata dopo avere creato il mondo, lasciato in custodia a spiriti minori. Lang stesso pensava che gli alti Dei fossero troppo astratti ed esigenti per soddisfare il desiderio comune di un dio più permissivo e vicino agli esseri umani.

George Peter Murdock ha realizzato nel 1967 un'interessante analisi tabellare delle culture primitive. Ecco come le riporta nella parte dedicata alle religioni Rodney Stark nel suo "La scoperta di Dio":

Gruppi Nomadi

Dio Supremo attivo

42%

Dio Supremo inattivo

22%

Nessun Dio Supremo

36%

Numero di casi: 36  


Uso del Debbio (Agricoltura Taglia e Brucia)

Dio Supremo attivo

23%

Dio Supremo inattivo

44%

Nessun Dio Supremo

33%

Numero di casi: 144  

Gruppi Raccoglitori

Dio Supremo attivo

16%

Dio Supremo inattivo

27%

Nessun Dio Supremo

57%

Numero di casi: 120  


Tenete conto che "Nessun Dio Supremo" significa, in larga parte, il credere in un politeismo come quello delle culture classiche. Il punto di Lang è confermato in maniera evidente.

La questione ovvia è perchè le religioni primitive non siano un rozzo cumulo di superstizioni come Tylor, Spencer e gli altri credevano. Com'è possibile che popoli primitivi abbiano concetti più sofisticati di civiltà più tarde e sviluppate come i Greci e gli Egiziani? La sola risposta fornita ha causato così ampia costernazione tra gli antropologi che la domanda stessa è stata dichiarata irrilevante o irricevibile. Come vedremo.

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giovedì, 12 novembre 2009
Lo spirito del negromante

Magia e religione sono da sempre avversarie. Ambedue si fondano sul soprannaturale; quello che le differenzia è il motivo che le muove.

Il soprannaturale è il riconoscere che c'è qualcosa, nella natura, che la eccede. Delle forze o entità che sono al di fuori del sensibile, e che in qualche maniera possono controllare, alterare o ignorare l'ordine naturale.
La religione è il tentativo di spiegare l'esistenza basandosi sul soprannaturale. La magia è il tentativo di piegare quel soprannaturale ai proprii scopi. La religione vuole stabilire un legame con la realtà allargata, la magia imporvi il proprio potere.

Può valere la pena ricordare come l'elettricità, il magnetismo, le forze che tengono insieme gli atomi potevano essere viste come soprannaturali finchè non sono state ricomprese nella definizione di natura: allargando i confini di quest'ultima.
Diceva Arthur C.Clarke che "qualsiasi tecnologia abbastanza avanzata è indistinguibile dalla magia". Lo spirito del negromante, di colui che vuole acquisire potere e sapienza tramite demoni e qualsiasi pratica adatta per quanto immorale, rivive oggi esaltata e portata a modello.

Le antiche favole sono piene di ammonimenti sulla destinazione finale di questi sforzi senza controllo. Come allora, i paesani guardano la torre del mago da cui giungono strani bagliori, chiedendosi quanto manchi al momento in cui un'apprendista aprirà la porta sbagliata.

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meditabondazioni

mercoledì, 11 novembre 2009
Silenzio

Ci avete fatto caso? Avete sentito qualche servizio giornalistico sulla caduta del muro in cui abbiano nominato Giovanni Paolo II?
Io no.  Se non ne avesse parlato Lech Walesa, in un intervento che nessuno ha ripreso, la mia impressione è che praticamente tutti se ne sarebbero "dimenticati".
Il Papa attuale non è stato invitato, e neanche il suo predecessore.

Ci vuole una bella dose di pelo. Come del resto ce ne vuole a non citare mai, nei discorsi o articoli di alcuni, quella parolina che il muro lo spiegava: comunismo.
Angela Merkel ha ricordato il giorno della caduta del Muro di Berlino come quello della “vittoria della libertà”, una libertà che non deve essere vista come un bene “sottinteso”, ma come qualcosa per cui si lotta ogni giorno. Wojtyla insegnava che è la verità che rende liberi. Ma questa verità a qualcuno conviene nasconderla dietro un muro, da dove non possa uscire.

In assenza di tale fede oggi noi ci lasciamo guidare dalla tenerezza, una tenerezza che, da tempo ormai recisa dalla persona di Cristo, è tutta avvolta dalla teoria. Quando la tenerezza viene staccata dalla sorgente della tenerezza, il suo esito logico è il terrore, finisce nei lager e nei fumi delle camere a gas. (Flannery O'Connor)

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martedì, 10 novembre 2009
Il giocatore di Poker

E' tardissimo. Il film è finito, accidenti a me che mi sono lasciato tirare a vederlo.
E' quel momento della notte in cui è più faticoso alzarsi per andare a letto che continuare a giacere sul divano. Faccio un breve giro dei canali televisivi per ritardare di qualche istante il sonno. E incappo nella partita di poker.

Indugio qualche istante a guardare. Texas Hold'em, un milione di dollari in palio, alla faccia loro. Restano cinque giocatori, anzi quattro.
Uno attira la mia attenzione. Praticamente qualsiasi carta abbia in mano, lui gioca "All in". "All in" vuol dire "tutto dentro", o la va o la spacca. I commentatori sbuffano: "Non poteva scegliere momento peggiore...", le probabilità sono contro di lui. Ma le carte giuste arrivano, una, due, tre, quattro volte. All in, e l'improbabile accade, continua ad accadere.

Sono rimasti in due, ultima mano, ancora all in. Le probabilità gli sono ancora nemiche, una su cinque. Eppure vince. L'avversario mastica amaro. Non è stato battuto da una tattica paziente, una strategia sofisticata, un'abilità straordinaria, neanche la "faccia da poker" è stata necessaria. Il suo rivale si è semplicemente lanciato a capofitto. Ed ha avuto ragione. Intascandosi il milione.

Spengo il televisore, perplesso. Quante volte accade anche a noi di pianificare attentamente, calcoli su calcoli, quando per vincere basterebbe semplicemente mettere tutto noi stessi. All in.

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lunedì, 09 novembre 2009
Nomi su un muro

Il mio figlio più grande è nato nel 1999. Ottant'anni dopo la fine della prima guerra mondiale, più di cinquanta dopo la seconda, dieci dopo la fine nominale dell'illusione comunista. Per lui la Grande Guerra è remota come per me lo erano le Guerre d'Indipendenza. Roba di un'altro secolo. Hiroshima, Normandia, i partigiani sono incognite di un passato che per me era il Piave, Caporetto, i Cavalieri di Vittorio Veneto. Ad una ad una le memorie di quei tempi svaniscono con coloro che le conservavano.

In Comune ieri si ricordavano quegli anni lontani. Retorica, idealismo, utopia. Un reduce rimpicciolito dall'età minimizzava: "Ci siamo trovati in mezzo. E' stata veramente dura, ma ormai sono solo ricordi, ora ad un passo dalla vita buona". La lettura dei caduti non finiva più: più di settanta, su seicento partiti. Facce da ragazzini, con i baffi orgogliosamente arricciati; quasi bambini i partigiani, diciotto anni perduti in un fosso.
Nessuno li ricorda vivi. Partiti perchè bisognava, o perchè bisognava; non più tornati perchè il male è forte, nell'uomo, e spinge verso la morte. Nasce dal desiderio di afferrare, di possedere; e non importa cosa sia di mezzo.

Oggi, a Berlino, tanta gente che magari manco era nata. Retorica, idealismo, utopia. Un'utopia caduta, inconsistente, quella venuta, altrettanto vana. Mio figlio non capisce, mio figlio non sa, come me, come noi tutti. Ci siamo trovati in mezzo, e ancora non capiamo. Anche qui nomi che il tempo già trascolora.
Quei nomi dureranno come il marmo su cui sono scritti, che la pioggia novembrina sfalda. Se non fossero scritti altrove, il loro essere sarebbe stato vano.

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meditabondazioni

venerdì, 06 novembre 2009
L'anima e ciò che la contiene

Ho finito da poco di vedere la seconda bellissima serie di Ghost in the Shell.
Tre film, due serie di ventisei episodi. Belli, intriganti, appassionanti. 
Alla base di tutti, la domanda: cos'è l'anima (ghost)? E' possibile per una macchina acquisirla? Risiede nel corpo, nell'involucro (shell), è limitata ad esso? E' solo un insieme di dati, o qualcosa di più? E cosa succede se, quando, tutto di un individuo, dagli arti al cervello, diventa duplicabile, riproducibile?
Queste anime si possono realmente unire, comunicare? Cos'è la conoscenza? Cos'è l'uomo? Cos'è, allora, Dio?
 
Queste le domande. Ma c'è chi si appassionerà alle sparatorie adrenaliniche e alle curve della protagonista; chi alla trama originale, intricata, a volte noir, a volte poliziesco, sempre fantascienza; chi alla psicologia mai banale e sfaccettata dei personaggi; ed infine chi vorrà potrà tuffarsi in profondità nelle meditazioni filosofiche e sociali che ne sono la trama portante.

Come l'autore di queste bellissime pagine evidenzia, in fondo tutto Ghost in the Shell è un'opera religiosa, nel senso profondo del termine: cioè si pone domande su chi siamo e dove andiamo. Tematica sottintesa, suggerita solo per accenni. Come nella sigla di apertura dove la protagonista appare quasi subliminalmente circondata da un'aureola cruciforme fatta di dati di computer - me ne sono accorto solo dopo averla veduta decine di volte.  Resa infine esplicita solo al termine, con una serie di inattese citazioni bibliche ed evangeliche, dalla croce.

Una delle cose che mi ha commosso di più è il passaggio alla coscienza, all'anima, da parte di un gruppo di robot. Che inizia, non a caso, con il battesimo (o unzione) di uno di loro con olio naturale, in opposizione all'olio sintetico; e che ha il suo culmine, il suo segno esplicito, nel cosciente sacrificio della propria vita per la salvezza di altri. Si diventa persone solo quando si è disposti rinunciare a sè per il prossimo; si perde l'umanità quando si sacrifica il prossimo per se stessi, per le proprie idee. Certo non scontato, specie oggi.
Un'opera sfidante e appassionante. Non perdetela.



Questo filmato è uno dei momenti più lirici del primo film. Tra un combattimento con armi pesanti e l'altro...

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gusto e disgusto

giovedì, 05 novembre 2009
Per strada - IX - Il genio e il desiderio

All'Inizio - Il bruto, per cominciare - Naturalmente la divinità - All'anima - Lo spirito della cosa - Mangia questo totem - Mi divoro papà - Siamo fatti così - il genio e il desiderio - Non così in basso - E se fosse il giardino?

Abbiamo visto come si sia cercato, e si cerchi, di dare base biologica al fatto religioso. Una visione alternativa può essere il considerarlo un qualcosa di culturale.

I nuovi elementi di una cultura non sorgono per iniziativa di intere tribù o società. Hanno la loro origine nel lavoro o nelle intuizioni di singoli, o tuttalpiù piccoli gruppi. Una volta sviluppata una nuova visione, un nuovo approccio - riguardi esso la divinità o la forma di un arco - questa idea si diffonde.
 
Vedere la religione come un fatto culturale che parte da un singolo e si diffonde è un approccio valido sia che la si consideri una rivelazione che una invenzione umana. Ma è stato ferocemente attaccato da coloro che consideravano ridicolo che l'uomo primitivo potesse essere un protofilosofo e non un bruto grugnente.
Tale disprezzo perde forza quando si risale alle radici delle innovazioni e si scoprono persone che, di fatto, erano teologi o veri e propri genii religiosi.
Il genio è colui che riesce a spiegare le cose meglio di quanto noi potremmo fare: il genere di persona che lascia una traccia nella storia, se chi sta attorno percepisce il suo valore.

Gli scettici attribuiscono la nascita delle religioni alla paura della natura, dei disastri, della morte. Paul Radin faceva notare che i popoli primitivi di tutto il mondo avevano in realtà paura di una sola cosa: delle incertezze della vita in tempi difficili. Non si rivolgevano alla divinità per le cose di tutti i giorni, ma per i desideri che solo il soprannaturale può concedere: un buon raccolto, un viaggio senza incidenti... come noi.

Questo non spiega l'origine della religione stessa, tuttalpiù la sua accettazione. Perchè, lo vediamo anche in noi, il momento in cui cominciamo a pensare che ci possa essere qualcosa oltre il quotidiano è nel momento di crisi, quando ci rendiamo conto di non avere il controllo del mondo, o nello stupore di scoprire che il mondo stesso è più grande, vasto e bello di quanto potremmo mai inventare. E cominciamo a domandarci: "Ma chi l'ha fatto?"
Tutti abbiamo la domanda. Di tanto in tanto qualcuno prova a dare una risposta.

La religione non risiede solo nella credenza nel soprannaturale, come Tyler e Spencer credevano, nè nei soli riti come afferma Durkheim. E' nel desiderio, nella sete dell'uomo di dare un senso alla vita.

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meditabondazioni

mercoledì, 04 novembre 2009
Il vuoto spaventoso

Mi fa pochi problemi che non ci siano crocefissi sulle pareti di un'aula; mi fa invece molto problema che ci sia qualcuno che mi impedisca di metterli.

Di fatto quel qualcuno non mi sta dicendo che, per pluralismo, non ci devono essere simboli religiosi sulle pareti; mi sta dicendo che ce ne deve essere uno solo. il Grande Nulla, adorato da quanti si oppongono al bene in ogni sua forma.

Diffidate di chi odia il volto delle cose, il vostro volto. Una volta rimossa di una persona la storia, i simboli, ogni apparenza che non sia il grigio nulla, non resterà che uno spazio vuoto a forma di uomo. E si sa, il vuoto è destinato ad essere riempito.

croce ercolano 2

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tra lassù e quaggiù

martedì, 03 novembre 2009
La Corte europea dei diritti dell'uomo:

«L'insegnamento dell'italiano» nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di cultura degli alunni». Così la Corte Europea dei diritti dell'uomo nell'ultima sentenza. L'Italia ha ora tre mesi di tempo per adeguarsi.

Questo pronunciamento arriva dopo la sentenza sul crocefisso nelle aule, sul divieto di cartine geografiche sui muri delle stesse "che potrebbero offendere profondamente le sensibilità degli alunni di diversa nazionalità", sulla proibizione di mostrare "opere cosiddette artistiche che urtano la fede o la mancanza della tale" (escluso dall'insegnamento ogni dipinto o testo con riferimenti religiosi), il discusso comma sulla "non specificazione di genere" che ha bandito ogni riferimento al sesso delle persone in qualsiasi contesto storico o geografico, l'atto sulla "difformità storica" che proibisce l'insegnamento di una specifica circostanza che non sia "approvata in via preventiva come antirazzista, non eurocentrica e non in conflitto con qualsivoglia impostazione culturale", e il comma sull'educazione civica vista come "non vincolante e oppressiva per gli appartenenti a diversa cultura".

In conformità a queste direttive i bambini rigorosamente anonimi e in grembiulini unisex grigi - per via della discriminazione e della privacy - in mancanza di altre materie di studio possibili venivano istruiti solo in matematica e, fino ad oggi, in italiano.
Molti commentatori pensano che, poichè l'italiano è bandito, l'unica opportunità rimasta sia l'apprendimento della matematica tramite video dei teletubbies.

Una persona che potrebbe essere un funzionario del ministero della pubblica Istruzione - il burqa ha reso impossibile verificarne l'identità - ha riferito che si starebbero valutando strade alternative, come far dichiarare gli italiani minoranza protetta e quindi sfruttare gli appositi canali comunitari per insegnarlo almeno come lingua straniera. In fondo, precisa la presunta fonte ministeriale, vista la crisi delle nascite e l'obbligo comunitario della presenza di distributori di droghe, profilattici e pillole abortive fin nella scuola materna, il problema entro qualche anno si risolverà da solo.

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diavolerie e cattiverie

lunedì, 02 novembre 2009
I morti

La prova che l'uomo è diventato uomo è nelle tombe. In quelle antichissime sepolture vediamo il segno di qualcosa più dell'animale senza patria e senza coscienza. L'adombrare che ci sia qualcosa che possa proseguire, prosegua, e che l'addio non sia per sempre.

In questo tempo di troppa fretta e poche certezze il ricordo è come cenere che si vorrebbe disperdere insieme all'idea di un cielo diverso. Ci vogliono fare pensare che siamo come muffa sulla crosta di rocce nel buio dell'universo, che verrà grattata dal rotolare del tempo. La muffa non aspira a cose più alte.
Oppure si usano i morti come si usano i vivi, come stampella di ciò che è ancora più morto di loro.
Ma ognuno di noi è una persona, con la sua sete di infinito; e quando il passato sostituirà il presente questo non cambierà.

Ogni defunto è sacro perchè porta in sè questa scintilla di eternità. Le luci di chi quella scintilla l'ha coltivata, facendola diventare santità, vero eterno in questa terra che passa, non si spengono neanche se dimenticate. Perchè hanno il loro combustibile in ciò che rende vivo la materia morta, in ciò in cui è la nostra stessa consistenza, e a cui al nostro momento torneremo.

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tra lassù e quaggiù

venerdì, 30 ottobre 2009
La teologia del vampiro

Gli scaffali delle librerie straboccano di vampiri. Ma non sono più quelli di una volta. Un tempo i vampiri erano il terrore della notte; adesso, le adolescenti pagherebbero qualsiasi cifra per vedersene comparire uno davanti. Anzi: per essere uno di loro.

Da "figli delle tenebre" gli epigoni di Dracula sono diventati dapprima degli sfigati con una brutta malattia poi, nell'epoca del politicamente corretto, dei "diversamente vivi".

Il vampiro "classico" è una persona che, consciamente, rifiuta Dio per ottenere potere e prolungare l'esistenza. Poichè Dio è il signore della vita, non potendosi il vampiro dare la vita da sè la deve prendere da qualche parte: quindi la ruba dalle altre persone. Dalle sue vittime non prende solo nutrimento, ma la sua stessa esistenza continuata. Ed è per questo che il sangue, principio vitale, deve essere umano.
Il vampiro non è vivo e non è morto; è oltre ogni redenzione, perchè ha consegnato completamente la sua anima al male, non vincendo ma aggirando la morte che è la sorte di ogni vivente. E' quindi incapace di amare, perchè ogni amore viene da Dio. Gli umani sono sue prede, da usare, e basta. 
Fugge la luce, i simboli e gli oggetti sacri, perchè distruggerebbero la sua esistenza contro natura, basata sul nascondersi al bene.
E' questo il motivo per cui un vampiro (old style) è molto più terrorizzante di un licantropo; perchè è una incarnazione del male, il male consciamente scelto.

Nell'istante in cui si nega un principio superiore le cose diventano al tempo stesso più semplici e complicate. Il vampiro diventa un "normale" malato, di una malattia che lo spinge a cercare il sangue altrui. Naturalmente perdendo qualsiasi de-sacralità alla sua condizione: l'effetto di una croce diventa incomprensibile.

Per i vampiri di Matheson il ribrezzo della croce è autosuggestione; quelli di Twilight ne tengono una in casa. Il rifiuto della morte diventa qualcosa di desiderabile, perchè ormai si è incapaci di considerarne il prezzo, l'anima immortale. Dà da pensare come un romanzo scritto bene ma con una trama improbabile da Harmony, senza una sola idea originale (da Pratchett a Buffy, passando per Rice, Hellsing e Underworld) possa diventare un successo planetario. Qui la scelta etica che un tempo era tra la luce o le tenebre, con buona pace delle citazioni bibliche diventa un mero moralismo: chi succhio?
Suppongo che ogni epoca abbia i suoi eroi e i suoi mostri. E' quando questi si scambiano posto che ci si dovrebbe cominciare a preoccupare.

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meditabondazioni, gusto e disgusto

giovedì, 29 ottobre 2009
Pazzo

Sono pazzo.

E' ufficiale. Scritto nero su bianco, controfirmato. C'è un foglio bollato che certifica il mio stato di insanità mentale. E che autorizza queste sbarre alle finestre, questa stanza, questo vestito, se vestito si può chiamare.

Cercano di curarmi. Vogliono che veda la realtà come la vedono tutti, che la smetta di immaginarmi ciò che non esiste. Mi danno pillole, parlano con me. A volte.

Potessi avere un po' di vino. Ma l'alcool è un mio problema, mi dicono, non sono autorizzato. Neanche una goccia. Se sto lontano dal vino potrei guarire prima, dicono. Dopo tanti anni in cui ogni giorno ne sentivo il sapore mi sento in agonia, mi si contorce lo stomaco. Cerco di resistere.

E' come mi rapporto con le persone. Sono un sociopatico, dicono. Per questo non mi fanno vedere nessuno. Fino a qualche mese fa stavo nello stanzone comune, ma poi hanno scoperto quello che facevo, con alcuni, nello sgabuzzino. Si sono arrabbiati moltissimo. Hanno detto che era un comportamento riprovevole, che rischiavo di fare regredire anche gli altri. E mi hanno isolato. Per il mio bene, per quello di tutti.

Guardo fuori dalla finestra. Il dottore ha detto che quando smetterò di vedere cose immaginarie, di pensare che possano esistere veramente, potrò uscire.

Ma so quello che sono, e non si può cambiare.

Potessi mettere le mani su un po' di vino. Forse potrei convincere uno degli inservienti. Ce n'era uno che sono convinto sapesse cosa facevo con gli altri. Ho visto talvolta sul suo viso una strana voglia, uno strano desiderio. Come volesse partecipare anche lui, l'occhiata furtiva, l'appartarsi. E poi quei gesti, quelle parole, per portare ciò che dicono immaginario qui nel reale.

Certo, potrei mentire, dire che non esiste niente al di fuori di quello che è autorizzato. Ma quello che sono è per sempre. Avessi del vino, oltre al pane. Potrei farlo diventare ancora il sangue di Cristo. E, sorridendo, ancora una volta sapere per certo che i pazzi sono loro.



1989-2009. Ma ancora non è finita, non finirà mai.

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fiaboidi

mercoledì, 28 ottobre 2009
Patrioti

C'è una grande differenza tra patria e nazione. La nazione è il posto dove si nasce. Natio: la cucciolata di un animale, in latino. La nazione uno non se la sceglie, è imposta dalle circostanze. Il nazionalismo è elevare questo luogo di nascita ad assoluto, a preminenza.

Viceversa la patria è il luogo del padre. Il padre anch'esso è dato, ma in misura diversa rispetto alla madre. Mentre l'appartenenza materna è un'appartenenza di terra, di carne, la paternità è in una qualche maniera una categoria dello spirito. Mentre la nazione non è mai una scelta, la patria può esserlo. Il patriottismo è una volontà, prima che una appartenenza.

Resta da dire solo una cosa. Per il cristiano il proprio padre ultimo, e quello di tutti gli uomini, è Dio stesso. Tutti facciamo parte di una stessa patria sui generis, ampia come l'universo intero. Che, da veri patrioti, amiamo.

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meditabondazioni

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Due passi indietro
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IV

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V

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VI

E comunque
Non nobis Domine, sed nomini Tuo da gloria.
E vale anche per voi.



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